Il Grande Rinculo: come abbiamo barattato l’oro degli anni ’80 con il grigio contemporaneo
Dall’asse Reagan-Thatcher al neon di Miami Vice: viaggio feroce nel decennio d’oro che spazzò via il puritanesimo, prima del grande crollo contemporaneo
C’è una luce dorata che brucia la memoria quando si parla degli anni ’80, densa come i pomeriggi d’estate che sembravano eterni. Quel decennio è stato un’esplosione di energia vitale pura, un’onda d’urto totale che ha travolto ogni cosa alla stessa, pazzesca velocità. La nostalgia feroce di oggi non è un gioco: è un atto di accusa, lucido e disperato, contro l’ansia, il perbenismo e la fragilità che soffocano la nostra epoca. Rimpiangiamo la sensazione fisica di essere vivi. Era tutto così: un’affermazione netta dietro l’altra, senza scuse, senza smentite.
Oggi ci guardiamo intorno e lo specchio restituisce l’immagine di un Occidente ripiegato su sé stesso, spaventato e impoverito. Cosa ci è successo? Perché siamo andati così macroscopicamente all’indietro?
I pilastri dell’orgoglio e il cinismo dei vincenti
La spavalderia di quel decennio poggiava su una spina dorsale politica ed economica granitica. Ronald Reagan alla Casa Bianca e Margaret Thatcher a Downing Street hanno ridisegnato il mondo occidentale con una formula elementare: liberare l’energia dell’individuo, premiare il merito, celebrare l’ambizione senza complexes di colpa. L’ascensore sociale andava veloce, la classe media prosperava e il domani era un posto splendido.
Era un mondo cool, affascinato dal potere. Milioni di persone rimanevano inchiodate al televisore per adorare il cinismo sornione di J.R. Ewing in Dallas, l’anti-eroe che tramava petrolio col sorriso sotto lo Stetson. A New York, intanto, Gordon Gekko urlava a Wall Street che l’avidità funziona, e il medesimo copione veniva scritto col sangue e coi dollari da Roy Cohn, lo squalo legale che sussurrava alle orecchie dei potenti. Fu lui a svezzare il giovane Donald Trump nella giungla di Manhattan, trasmettendogli la sua personale bibbia in tre regole d’oro: attacca sempre, nega tutto, proclama la vittoria anche tra le macerie. Trump assorbì quella lezione fino al midollo, incarnando l’essenza di un’era spietata che preferiva la sfrontatezza dei vincenti al perbenismo di facciata.
L’impero del Made in Italy e il neon di Miami Vice
Mentre Wall Street ruggiva, l’Italia rispondeva colonizzando il mondo con la sua bellezza. Il Made in Italy diventò un impero globale. Gli stilisti italiani presero il grigiore del potere e lo accesero: hanno vestito i manager di New York mettendo le spalle larghe e i tagli sartoriali perfetti addosso a chi stava scalando il mondo. I colori erano un manifesto esistenziale: pastelli carichi, contrasti violenti, geometrie sfacciate. Se oggi domina il beige della paura, allora la vita si prendeva a morsi in technicolor.
L’immaginario collettivo si infiammava con lo shock visivo di Miami Vice: Sonny Crockett e Rico Tubbs che sfrecciavano in Ferrari sotto le palme, incarnando la perfetta fusione tra crimine, lusso e sartorialità. Indossava le giacche destrutturate di Giorgio Armani su t-shirt dai toni pastello, rigorosamente a piedi nudi nei mocassini e con quella barba di tre giorni diventata immediatamente il simbolo di una virilità magnetica e sfrontata. Non era un semplice telefilm, era un videoclip di trenta minuti che dettava le regole dello stile globale, dove persino la giustizia doveva essere fottutamente elegante. Anche la televisione commerciale era uno specchio pulito di questa energia: la “Milano da bere” dell’Amaro Ramazzotti o la sensualità da brivido di “Silenzio, parla Agnesi” accendevano il desiderio e ordinavano di volere quel mondo. Era il trionfo del sogno.
Il cortocircuito del talento e del corpo: tra desiderio e favola
Comandava solo l’assoluto primato del talento. L’Occidente celebrava l’eccesso e la provocazione spontaneamente. Il pubblico adorava contemporaneamente Boy George – con la sua androginia celestiale, le labbra rosso fuoco e la sua omosessualità esibita con una grazia regale totalmente integrata nel pop di massa – e la ferocia carnale di Pete Burns dei Dead or Alive, pirata punk dalla sessualità fluida e violenta, vissuta con la strafottente fierezza di chi aggredisce il perbenismo borghese. Finivano nelle televisioni di tutte le case perché il mondo era abbastanza grande da non spaventarsi davanti alla diversità. Il talento si prendeva tutto per acclamazione, senza bisogno di quote protette o comitati etici.
Al cinema ci andavi per restare fulminato. C’era un culto assoluto del corpo che si conquistava la vita attraverso il sudore: i ragazzi di Saranno Famosi ballavano sui cofani delle auto a New York e Alex Owens in Flashdance spaccava lo schermo con la sua tuta tagliata e l’acqua che cadeva sulla sedia. Nello stesso momento Mickey Rourke – l’indiscusso sex symbol del decennio, l’uomo più desiderato del pianeta – e Kim Basinger in 9 settimane e mezzo ridefinivano l’eros mondiale dominando sulle ombre delle veneziane e sull’attrazione primordiale. E per i bambini c’era E.T., la magia pura dello stupore, la bicicletta che vola davanti alla luna. Carne e favola, purché enormi, epiche, indimenticabili.
Il paradosso contemporaneo: tatuaggi ovunque e nuovi inquisitori
Il crollo più doloroso del nostro tempo si consuma proprio qui, sul piano estetico ed erotico. Gli anni ’80 cercavano la bellezza plastica, la pulizia geometrica delle linee delle top model. La pelle era una tela pulita, liscia, pronta ad accogliere la luce. Il mistero risiedeva in quell’assoluta nudità.
Oggi siamo caduti nel paradosso grottesco dei tatuaggi ovunque. Quella che un tempo era la firma della vera ribellione è stata declassata a divisa di massa del conformismo moderno. Ci si tatua dalla testa ai piedi nel disperato tentativo di sentirsi unici, e si finisce per essere identici a chiunque altro. La pelle è diventata una bacheca social di carne, satura di micro-messaggi che distruggono la purezza delle forme. L’eros si spegne sotto strati di inchiostro industriale. È un consumo di carne da macello, esposta ovunque ma priva di mistero.
Al contempo, la cultura woke e il politicamente corretto hanno eretto un tribunal inquisitorio permanente. È il nuovo bigottismo progressista: un puritanesimo che analizza ogni sguardo, ossessionato dai moduli del consenso pre-coito, terrorizzato dall’istinto e dall’ambiguità del desiderio. Siamo liberi di marchiarci ovunque, ma terrorizzati di guardarci negli occhi.
La fine del viaggio
Siamo andati all’indietro perché abbiamo scambiato la libertà reale con la regolamentazione totale. Abbiamo barattato l’ottimismo muscolare con la fragilità psicologica. Viviamo in un presente iper-protetto dove si è liberi di essere volgari, ma terrorizzati di essere autentici.
Ci manca l’aria di quel mondo magico. Ricordiamo i tempi in cui ci si dava appuntamento all’angolo della strada senza telefoni, si cresceva affrontando la realtà nei cortili, si sognava davanti a spot meravigliosi, ci si chiudeva al cinema lasciandosi sedurre da storie senza filtri morali e si marciava verso il futuro a testa alta. Ci manca un Occidente fiero del proprio splendore, che aveva il coraggio di essere felice e guardava dritto davanti a sé, sicuro della propria forza
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