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Politica

Il sabato dei cortei, le parole di Meloni e i numeri della sicurezza

La premier: Nessuno spazio per chi cerca scontri e violenze

di Dave Hill Cirio -

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni


La dottrina della fermezza alla prova dei numeri: 4.300 controllati, l’ombra dei minorenni sui cortei e le parole della premier Giorgia Meloni.

Dopo il sabato di cortei

Dopo la giornata di mobilitazione nazionale degli studenti e gli scontri nelle città, il governo blinda la linea dell’ordine pubblico e incassa il bilancio del Viminale. Giorgia Meloni rivendica la tolleranza zero contro le frange violente, mentre dalle questure emerge il dato più inquietante. Quasi un fermato su tre ha meno di diciotto anni.

Sul banco di prova per il decreto Sicurezza, da Palazzo Chigi arriva una consegna netta che non ammette sfumature. La linea della tolleranza zero non è soltanto una reazione emergenziale, ma un perimetro politico non negoziabile.

Meloni blinda l’operato delle forze dell’ordine e del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi. “La sicurezza va garantita a tutti – afferma-. A chi vuole manifestare pacificamente, a chi lavora e a chi vuole vivere la propria città senza paura”.

E’ una netta cesura tra l’agibilità democratica del dissenso e l’oltranzismo organizzato, suggellata dalla promessa di andare avanti “senza lasciare spazio a chi cerca soltanto lo scontro e la violenza”.

Dopo le formule istituzionali si consuma lo scontro frontale con le opposizioni. La maggioranza accusa apertamente il centrosinistra di coltivare una congenita idiosincrasia verso l’impiego dei militari a presidio delle strade e di arretrare, con imbarazzata reticenza, di fronte alla condanna esplicita delle frange violente pur di non smentire la piazza.

I numeri

A dare consistenza e peso specifico alla contesa, i numeri del bollettino ufficiale diramato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Una contabilità che restituisce la fotografia di una risposta preventiva ad alta intensità: 4.292 persone sottoposte a identificazione sul posto, 371 soggetti condotti negli uffici di polizia per accertamenti, 9 arresti in flagranza e 87 denunce a piede libero.

Dentro le tabelle delle questure, l’elemento di maggiore frattura sociale e allarme investigativo. La composizione generazionale di chi ha cercato il contatto con i cordoni parla chiaro. Degli oltre 370 accompagnati nelle questure, 110 sono minorenni (quasi uno su tre del totale nazionale) e 69 cittadini stranieri.

A Bergamo la quasi totalità dei fermati appartiene alla fascia adolescenziale (27 su 37). Varese registra decine di giovanissimi sono stati intercettati e bloccati prima di scendere in strada con passamontagna e attrezzi atti a offendere. Metà degli indagati di Napoli ha meno di diciotto anni.

Sul piano geografico, il dispositivo dello Stato ha mostrato due volti distinti. A Milano, l’epicentro dei timori dopo le devastazioni della settimana precedente. La strategia della cinturazione militare preventiva, con cinquecento paracadutisti, blindati pesanti Lince in piazza Duomo e vetrine blindate dal compensato.

Le misure

Le misure hanno soffocato sul nascere i focolai, assorbendo da sola due terzi dell’intero sforzo nazionale con 2.885 identificati, 3 arresti e 41 denunciati.

Di contro, laddove le maglie della prevenzione hanno dovuto fare i conti con la morfologia urbana dei centri storici, la tensione è esplosa. A Torino, dove il rogo dell’immagine della premier ha fatto da preludio a tre cariche consecutive di alleggerimento all’imbocco di via Po. A Roma, con centinaia di controlli tra la stazione Termini e i Fori Imperiali. A Bologna, segnata da denunce e focolai contionui e una costante allerta.

Il bilancio operativo consolida per ora la trincea di Palazzo Chigi. Così il governo rivendica che senza la cintura preventiva e le misure anticipate dal decreto sicurezza – a partire dalla stretta sull’imputabilità dei minori e sull’arresto differito – il Paese avrebbe contato “macerie” più pesanti di qualche vetrina scheggiata, cassonetti rovesciati e poliziotti contusi.

La battaglia, da domani, continuerà a spostarsi nelle aule parlamentari. Uno scontro tra chi considera i quattromila controlli il termometro di un’efficace difesa della legalità e chi continua a denunciare il rischio di curare con il codice penale le istanze del disagio giovanile.

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