Il surreale caso del patentino antifascista
Il dibattito sul ‘patentino antifascista’ richiesto agli editori da parte degli organizzatori della fiera ‘Più libri Più liberi’ fa sorgere seri dubbi sulla maturità della nostra democrazia. Perché non dare per scontato, come invece è, che quella del fascismo è un’esperienza non solo morta e sepolta, la cui riproposizione è praticamente inattuabile, significa non percepire i valori e non masticare i principi che regolano la vita quotidiana di tutti i cittadini italiani. La Costituzione che tanto si ama citare – a quanto pare troppo spesso a sproposito – e tutta una serie di leggi che da tempo fanno parte del nostro ordinamento, non lasciano infatti adito a dubbi.
Quel vizio antico di paventare minacce inesistenti
Eppure, evidentemente, ancora si fa fatica ad attribuirgli la funzione di baluardo a derive pericolose e autoritarie, da un lato, ma anche quella di presidio della democrazia dall’altro. Oppure, più semplicemente, certe trovate non sono altro che la manifestazione di quel vecchio vizio per il quale si prova a giustificare la propria esistenza paventando la presenza di una minaccia da scongiurare e, quindi, da contrastare. E’ la tipica strategia di chi punta a diventare attrattivo non per ciò che propone o per le idee che propina, ma più semplicemente ponendosi contro gli avversari. Un vizio di parte della politica italiana divenuto ormai stantio che trova la propria ragione d’essere nella millantata superiorità morale della sinistra e nella sua presunzione di porsi quale unica interprete di quell’insieme di valori sui quali si basa la società.
I rischi che si celano dietro dibattiti surreali
Troppo spesso trascurandone uno, forse il più importante: quello della libertà inteso nella sua più ampia accezione. Probabilmente però, chi è abituato a porsi su un piedistallo e, per l’appunto, a dare patenti, non se ne rende neanche conto, impegnato com’è a individuare un nemico contro il quale scagliarsi per fare in modo che la propria presunta superiorità morale si manifesti appieno. Anche se il nemico è inesistente come in questo caso. Quello che però troppo spesso si sottovaluta sono gli effetti che possono scaturire da simili surreali dibattiti e da certe provocazioni, il cui unico risultato è quello di riuscire a dividere laddove si vorrebbe invece avere la presunzione di unire. Non proprio un buon servizio alla causa che si invita a sposare e della quale ci si vuole appropriare.
L’osservazione di Nordio sul patentino antifascista
Perché se si mette in dubbio la concreta attuazione del sistema democratico chiedendo di dimostrare l’adesione ai valori fondanti della Repubblica attraverso un patentino antifascista può capitare di imbattersi in “uno più puro che ti epura”. Come nel caso del ministro della Giustizia Carlo Nordio che sulla questione, richiamando il nostro sistema penale, ha fatto presente in modo lapidario che è stata posta proprio “da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Un chiaro riferimento al nostro sistema penale. Quello sul quale si regge una giustizia che proprio chi pretende di conferire patenti di antifascismo fa di tutto per lasciare così com’è, osteggiando orgogliosamente ogni ipotesi di riforma in senso liberale.
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