Ilva e gli altri: l’autunno caldo del lavoro
L’autunno caldo del lavoro è iniziato. E no, non è una frase fatta. La grande mobilitazione dei sindacati sull’ex Ilva comincia oggi. Sarà sciopero. Per ventiquattro ore i lavoratori incroceranno le braccia. Pesa l’attuale situazione di incertezza. Lo spegnimento dell’area a caldo a Taranto è procedura delicata e complessa. Che è già iniziata. Comporterà costi e riduzione del lavoro. A inevitabile corollario, almeno secondo l’azienda, una raffica di procedure di cassa integrazione (prima Salerno, adesso anche la stessa Taranto), gli stop “momentanei” a interi stabilimenti (come Genova e Novi Ligure). I sindacati hanno annunciato la mobilitazione deplorando di aver “purtroppo preso atto che l’unico aspetto oggetto attualmente della discussione con il Governo è quello degli ammortizzatori sociali, per tutti i lavoratori e per tutti gli stabilimenti, senza una reale prospettiva di rientro al lavoro”.
La mobilitazione all’ex Ilva
Una situazione che definire rovente è ancora poco. Tutto l’indotto della siderurgia trema. Con i licenziamenti congelati che, purtroppo, tornano d’attualità e minacciano migliaia di lavoratori. Una situazione a dir poco delicata, in attesa della decisione delle Sezioni Unite della Cassazione sul ricorso presentato dai legali dell’azienda contro la sentenza dei giudici di Milano. Questa mattina, a Cornigliano, ci sarà l’assemblea dei lavoratori indetta dalla Cgil. Le organizzazioni sindacali, tra le altre cose, si sono già opposte a ogni ipotesi di “spezzatino” del gruppo. Sono ferme nel chiedere un piano di rilancio che rimetta al centro, insieme all’occupazione e alla produttività, pure la decarbonizzazione. La grande sfida dei nostri anni, in fondo, resta questa. Coniugare sviluppo economico e diritto alla salute, non metterli in contrapposizione.
Quanti tavoli di crisi
L’Ilva, però, è solo la punta dell’iceberg. Una situazione che si trascina da anni, anzi da decenni. Su cui ci sono responsabilità precise e un futuro che si fa sempre più precario. Ma, purtroppo, le vertenze che interessano il lavoro in Italia sono sempre di più. Al Mimit, di tavoli aperti e attivi, ce ne sono addirittura 37. A cui ne andrebbero aggiunti altri 46, di tavoli, di monitoraggio. Ci sono aperte o in via di risoluzione (si spera positiva) 83 tavoli. Da Nord a Sud, da Trento a Canicattì.
Le vertenze degli altri
A cominciare dal caso Electrolux. La multinazionale svedese ha presentato, settimana scorsa, un piano in cui ha rinunciato alle procedure di licenziamento collettivo a favore di un programma di uscite volontarie per 1.250 unità lavorative, 650 operai e 600 impiegati. Un successo. Sì e no. Perché i sindacati, che hanno passato al setaccio il piano presentato al Mimit, hanno arricciato il naso. Fim, Fiom, Uil e Uglm hanno fatto i conti e hanno scoperto che sono stati messi in conto un po’ troppi esuberi. E poi c’è la vertenza Beko. Che va avanti ormai da due anni. I sindacati continuano a chiedere il rispetto di un piano industriale che ritengono, finora, disatteso dall’azienda. Al tavolo istituzionale tenutosi al Ministero delle Imprese nella giornata di giovedì scorso, s’è fatta largo l’ipotesi, anzi l’interesse, di Leonardo che potrebbe essere coinvolta in un piano per la reindustrializzazione del sito produttivo di Siena.
Il ruolo della Ue
Anche su questo le parti sociali chiedono dettagli e chiarezza. Entrambe le vertenze hanno indotto il ministro Adolfo Urso a portare in Europa il grande tema degli elettrodomestici europei. Della produzione, che deve restare nel Vecchio Continente, e della strategicità di queste filiere da proteggere e tutelare. Per ragioni evidentemente economiche, certo. Ma pure, se non soprattutto, per dare un futuro industriale al Paese.
La crisi automotive
C’è poi tutto il filone dell’automotive, altro grandissimo malato d’Europa. E d’Italia. Gli ultimi dati sulla produzione, riferiti dalla Fim-Cisl, sono positivi. Ma riflettono alcune criticità che rimangono. E preoccupano. A cominciare dal futuro di Mirafiori. Lo stop alla produzione della 500 ha bloccato le linee inducendo l’azienda a chiedere, proprio per ottobre, la cassa integrazione per gli operai in servizio nello storico sito produttivo di Torino. La richiesta, avanzata dalle parti sociali e sostenuta pure dalla politica, è sempre la stessa: portare sulle linee di Mirafiori la produzione di altri modelli della galassia Stellantis.
Il caso Termoli
E se Cassino è in fibrillazione, Termoli rimane un grandissimo, anzi gigantesco, punto interrogativo. Qui sarebbe dovuta sorgere la gigafactory delle batterie per auto elettriche. Nello stabilimento però rimangono attive solo le linee dei motori a benzina Gse nelle versioni 1.0 e 1.5, il Gme (che dal primo semestre del 2027 sarà prodotto solamente negli Stati Uniti) e il V6. Quell’idea che avrebbe dovuto portare il Molise al centro dell’Europa è tramontata. E nei giorni scorsi i sindacati si sono sgolati. Chiedono soluzioni, una prospettiva, brandelli di certezze e scampoli di futuro. Perché così non si può andare avanti. E no, non c’entrano solamente i 1.800 dipendenti dello stabilimento. È tutto l’indotto, che naturalmente è fiorito intorno alla fabbrica, a tremare. A marzo sono stati annunciati nuovi investimenti da circa 41 milioni.
LEGGI QUI TUTTE LE NEWS SUL LAVORO
Torna alle notizie in home