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Salute

Intervista a Pietro Paganini, professore e Presidente di Competere.eu: “La Dieta mediterranea è uno stile di vita”

di Marco Montini -


 Il professor Pietro Paganini è Presidente di Competere.eu e recentemente, insieme al Professor Michele Carruba, ha scritto il volume “Obesità. Istruzioni per ribellarsi. La via mediterranea per equilibrio, longevità e libertà di scelta” (Guerini e Associati), con la prefazione dell’ eurodeputata Letizia Moratti.

Dottor Paganini, perché ha deciso di scrivere un libro sull’obesità? 

“Scrivere un libro sull’obesità oggi non è una contraddizione rispetto alla crescente attenzione al benessere, ma una necessità. Perché, nonostante si parli molto di salute e longevità, i dati ci dicono che l’obesità continua ad aumentare, anche in Italia, un Paese che per tradizione rappresenta uno dei modelli alimentari più sani al mondo, quello della dieta mediterranea. Questo apparente paradosso ha una spiegazione: il problema non è solo cosa mangiamo, ma l’equilibrio complessivo del nostro stile di vita. Negli ultimi decenni abbiamo progressivamente perso quell’equilibrio tra alimentazione, movimento, riposo, relazioni sociali e gestione dello stress che storicamente proteggeva la nostra salute. Quando questo equilibrio si rompe, aumentano il peso corporeo ma soprattutto il rischio di malattie cardiovascolari e di patologie croniche non trasmissibili come diabete, ipertensione e sindrome metabolica. L’obesità quindi non è soltanto una questione estetica o individuale: è una delle principali sfide sanitarie, economiche e sociali dei nostri sistemi sanitari. Ha costi enormi per le persone, in termini di qualità della vita e aspettativa di salute, ma anche per la collettività. Il libro nasce proprio da qui: dalla necessità di riportare il dibattito su basi scientifiche, superando approcci ideologici e semplificazioni, e offrendo strumenti concreti per recuperare equilibrio, salute e libertà di scelta”.

 Quanto influisce la dimensione sociale sull’aumento di peso rispetto all’alimentazione? 

“Influisce moltissimo, spesso più di quanto siamo disposti ad ammettere. L’aumento di peso non è mai il risultato di un solo fattore, come l’alimentazione, ma nasce dall’interazione tra ambiente, comportamenti, relazioni sociali e condizioni economiche. In altre parole, è un fenomeno profondamente sociale prima ancora che nutrizionale. Negli ultimi decenni sono cambiati i nostri ritmi di vita: lavoriamo più ore seduti, ci muoviamo meno, dormiamo peggio, siamo esposti a livelli di stress più elevati e trascorriamo molte più ore davanti agli schermi. Anche le relazioni sociali sono cambiate: mangiamo più spesso da soli, con meno ritualità, e questo altera la percezione della fame e della sazietà. A ciò si aggiungono fattori economici e culturali: il tempo disponibile per cucinare, l’accesso alle attività sportive, il contesto familiare e urbano in cui viviamo. Esiste poi un elemento spesso sottovalutato: l’influenza sociale sui comportamenti. Le abitudini alimentari e lo stile di vita si trasmettono all’interno delle famiglie, dei gruppi di amici e delle comunità. Non è un caso che obesità e sovrappeso tendano a concentrarsi in specifici contesti sociali e territoriali. Per questo ridurre il problema esclusivamente a “cosa mangiamo” è una semplificazione che rischia di essere inefficace. L’alimentazione conta, ma conta altrettanto, se non di più, il contesto in cui viviamo. Se vogliamo affrontare davvero l’obesità, dobbiamo tornare a parlare di equilibrio complessivo dello stile di vita: movimento, sonno, relazioni, salute mentale e ambiente sociale, oltre naturalmente alla nutrizione”.

 La Dieta Mediterranea, tema appunto centrale nel suo libro, è uno stile di vita? 

“Sì, la Dieta Mediterranea è prima di tutto uno stile di vita, non un semplice elenco di alimenti. Ridurla a una lista di cibi tradizionali significa tradirne il significato originario. Allo stesso tempo, negarne il valore per ragioni ideologiche è altrettanto sbagliato. La Dieta Mediterranea non appartiene a una parte politica: appartiene alla nostra storia culturale e scientifica. Il suo cuore è l’equilibrio. Equilibrio nell’alimentazione, certo, varietà, stagionalità, porzioni adeguate, ma anche equilibrio nel movimento, nelle relazioni sociali, nei tempi dei pasti, nel riposo e nella dimensione mentale. È un modello di vita complessivo che integra nutrizione, attività fisica e benessere psicologico. In questo senso richiama un principio molto antico, quello della moderazione aristotelica: la virtù sta nel mezzo, nell’evitare gli eccessi e nel mantenere armonia tra le diverse dimensioni della vita. Non è una dieta restrittiva, ma un modello sostenibile nel tempo, che permette piacere, convivialità e salute. Ed è proprio questo che oggi stiamo perdendo: non tanto singoli alimenti, ma l’equilibrio complessivo dello stile di vita mediterraneo. Recuperarlo significa fare prevenzione vera contro obesità e malattie croniche, senza ideologie e senza sensi di colpa”. 

Quali sono gli strumenti che il nostro Paese dovrebbe adottare per far fronte a questo fenomeno subdolo ma certamente presente e potenzialmente in crescita? 

“Il primo strumento è l’educazione, anche se è la strada più difficile. Richiede tempo, investimenti e accettazione del fatto che non esistono soluzioni immediate. Ma è l’unica che funziona davvero perché rafforza la capacità delle persone di compiere scelte consapevoli e sostenibili nel tempo. L’obiettivo non deve essere controllare i cittadini, ma renderli più autonomi, cioè più liberi, nelle decisioni che riguardano la propria salute. Al contrario, misure come tasse punitive o sistemi di etichettatura semplificata rischiano di produrre effetti limitati o distorsivi. Possono spostare i consumi nel breve periodo, ma non modificano i comportamenti profondi né affrontano le cause multifattoriali dell’obesità. Inoltre tendono a colpire maggiormente le fasce sociali più vulnerabili, ampliando le disuguaglianze. Oggi però abbiamo opportunità nuove rispetto al passato. Le tecnologie digitali, i dispositivi indossabili e l’intelligenza artificiale permettono di personalizzare la prevenzione in modo molto più efficace: monitorare movimento, sonno, parametri fisiologici, alimentazione e fornire suggerimenti adattati alla singola persona. Questo apre la strada a un modello di salute più moderno, basato sull’empowerment individuale piuttosto che sulla proibizione. Il ruolo del Paese dovrebbe quindi essere quello di creare un ecosistema favorevole: educazione nelle scuole, promozione dell’attività fisica, accesso allo sport, informazione scientificamente corretta, sostegno alla ricerca e innovazione tecnologica. Non politiche paternalistiche, ma politiche che aiutino le persone a recuperare equilibrio nello stile di vita. Perché la prevenzione efficace non nasce dai divieti: nasce dalla conoscenza, dalla responsabilità e dalla libertà di scelta”.


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