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Lavoro

Italiani e Smart working: da necessità a nuovo stile di vita

di Marco Montini -


La crisi globale legata alla emergenza pandemica Covid-19 ha comportato una serie di importanti evoluzioni nel mondo occupazionale, in particolare si è registrata la rapida trasformazione del modo di lavorare, accelerando di fatto la diffusione dello smart working.

Il report Istat

A fotografarlo è l’Istat che a fine febbraio ha diffuso il report “Smart working: da necessità a nuovo stile di vita – Anno 2023”, in cui si certifica come anche in Italia il lavoro a distanza sia divenuto una componente strutturale della società, ridefinendo le relazioni tra lavoro e vita privata, tra spazi fisici e digitali, tra periodi di attività e di riposo, decrementando parallelamente tempi e costi degli spostamenti.

I dati del Censimento

Secondo il Censimento permanente del 2023 dell’Istituto nazionale di Statistica, infatti poco meno di 3,4 milioni di occupati (il 13,8% del totale) hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la data della rilevazione (Primo ottobre 2023). Più nello specifico, circa 1.436mila (5,9%) hanno svolto la propria attività da casa almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre i rimanenti 1.933mila (7,9%) hanno adottato tale modalità in misura più limitata.

Il lavoro flessibile raggiunge, come detto poc’anzi, il suo apice durante la pandemia e nella fase immediatamente successiva. Nel 2021 hanno lavorato anche solo alcuni giorni da casa 3.577.984 persone, con una incidenza pari al 15,1% del totale degli occupati. Si tratta di un risultato difficilmente ipotizzabile prima dell’emergenza sanitaria: nel 2018 e nel 2019, in base ai dati dell’Indagine Istat sulle Forze di Lavoro, la quota di smart worker e telelavoristi era appena del 4,8%.

Le differenze con i Paesi europei

Nel 2022 e nel 2023 si assiste ad una sorta di stabilizzazione del fenomeno: in entrambe le edizioni del Censimento permanente gli occupati da remoto si attestano al 13,8%. “Nonostante le nuove modalità di organizzazione del lavoro abbiano avuto un forte slancio durante il lockdown e si siano cristallizzate nel corso del tempo, nel nostro Paese – sottolinea l’Istat – la percentuale di occupati che utilizzano il lavoro a distanza resta comunque inferiore a quella della maggior parte degli altri Paesi europei”. Una distanza quantitativa da non sottovalutare.

Secondo una statistica diffusa da Eurostat sugli occupati che, nel 2023, hanno svolto almeno la metà dei giorni di lavoro in smart working (“usually working from home”), infatti l’Italia, con il 5,9%, è ben al di sotto della media Ue che è pari al 9,1%. In testa alla graduatoria, con valori più alti del 20%, ci sono la Finlandia (22,2%) e l’Irlanda (21,8%), seguite da Svezia e Belgio che si collocano rispettivamente al 15,3% e 14,6%. Sopra la media della Unione Europea, pure Germania e Francia con incidenze superiori al 10%.

Le differenze da regione a regione

Tornando alle comparazioni interne, invece, l’adozione dello smart working evidenzia marcate differenze tra le aree del BelPaese. Le città metropolitane e le regioni del Centro-Nord, caratterizzate da una maggiore concentrazione di settori terziari avanzati e da evolute infrastrutture digitali, mostrano livelli più elevati di diffusione del lavoro agile.

In particolare, città come Milano, Roma, Bologna e Torino hanno registrato, tra i Comuni con più di 150mila residenti, le percentuali più alte di lavoratori da remoto, grazie anche alla presenza di grandi aziende e pubbliche amministrazioni più strutturate.

L’eccezione

Al contrario, nel Mezzogiorno, con alcune eccezioni, lo smart working risulta meno frequente, riflettendo anche le caratteristiche della struttura economico-produttiva del territorio. A livello regionale, sempre secondo il Censimento 2023, il Lazio guida la classifica con il 21,5%; valori elevati anche per la Lombardia (18,6%) e il Piemonte (14,5%). Supera la media nazionale anche la Liguria con il 14%. In tutte le regioni del Mezzogiorno il lavoro da casa interessa meno del 10% degli occupati, ad eccezione di Campania (11,1%), Abruzzo (10,3%) e Sardegna (10,2%).


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