L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

La grande Storia della Democrazia Cristiana

di Vincenzo Viti -

19991016-ROMA-POL: KGB: COSSIGA, CHI DEL SUO ENTOURAGE DEPISTO' ZACCAGNINI. Una foto d'archivio dell' ex segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini. ANSA-CD


C’ero anch’io, qualche giorno fa, fra i non tantissimi sopravvissuti alla “grande storia” della Democrazia Cristiana. La occasione, il ricordo a Roma della turbolenta insieme evangelica stagione del probo  Zaccagnini (uno dei punti più alti della diaspora democristiana raccontata, ritorni e dintorni, negli stili e profili del leggendario Minoli). 

Dai filmati d’epoca e dalla elegia del tempo perduto, solo qualche malinconia e qualche pensiero. Nel tentativo di trarne il succo sopravvissuto al travolgente patriottismo musicale ispirato del “Biancofiore”, l’inno esploso all’apertura del convegno.

Ma andiamo al punto. La domanda è: cosa ci portiamo dentro, noi democristiani dei territori, cresciuti in progressione nei Consigli comunali, regionali e in Parlamento, al termine dell’amarcord, se non una celebrazione laica suffragata da alcuni volenterosi epigoni. Quanto mai lontani dalle grandiose effigi dei campioni del passato, rappresentati nei loro motteggi, ironie, mitologie, tragedie e affanni. Insomma una Storia da sottrarre all’aneddotica e da restituire al registro e al deposito di una costituzione civile oggi corrotta e dispersa dal tempo.

Dietro le nostre virtuose testimonianze circolavano un soffusa suggestione, proustiano del tempo. Solo qualche battuta, qualche enigmatico promettente sorriso, ma una densa fragorosa fraternità dentro l’arca perduta. È stato certo bellissimo rivedersi, sagome invecchiare bellezze sfiorite, ma ancor più rassicurante dividersi fra le due grandi metafore in dissoluzione: conservazione e progresso(chiamate ad aggiornarsi). Due “categorie di pensiero” entrambe da rivisitare nelle rispettive congetture e declinazioni in un nuovo universo e in un moderno “senso comune”.

In quell’umanismo del tempo digitale forse troppo esigente per le inettitudini e i ritardi del nostro vecchio mondo. Diciamoci la verità ora che quel film è alle nostre spalle. in fondo eravamo, nel Salone delle Colonne all’Eur, nient’altro che un glorioso mondo presago delle sue presunzioni e della sua imprevidenza, non più padrone del tempo. Prenderne atto, serve? Chissà!


Torna alle notizie in home