La Repubblica e la Fondazione Insigniti OMRI hanno il volto giovane e la speranza del futuro
Curo normalmente questa rubrica guardando l’Italia da Bruxelles. Questa volta, però, l’ho fatto da Roma, il 2 ottobre, dall’Altare della Patria al Circo Massimo. Una di quelle giornate che si conservano nella memoria.
La manifestazione “80. L’Alba della Repubblica”, promossa dalla Fondazione Insigniti OMRI per celebrare il suo terzo anniversario, e dalla Questura di Roma, ha riunito circa 4.000 studenti delle scuole medie e oltre 400 docenti di 41 istituti. Dall’omaggio al Milite Ignoto fino al Circo Massimo, i veri protagonisti sono stati i ragazzi, componendo una grande scritta umana per gli ottant’anni della Repubblica.
4000 giovani festanti con magliette e cappellini della Fondazione Omri
Sentirli intonare il Canto degli Italiani, indossando maglietta e cappellino della Fondazione, accompagnati dalla Banda della Polizia di Stato, mentre nel cielo passava il grande Tricolore portato da un elicottero dell’Aeronautica Militare, mi ha profondamente emozionato.
Per questo rinnovo un grandissimo grazie e infiniti complimenti al presidente della Fondazione Insigniti OMRI, Cavaliere di Gran Croce Prefetto Francesco Tagliente, ed al Questore di Roma, Grande Ufficiale Roberto Massucci. Hanno avuto un’intuizione importante: trasformare una celebrazione in quella «pedagogia civile» che affida la memoria della Repubblica ai suoi futuri custodi.
Freschezza giovanile vs gerontocrazia nazionale
E ne sono particolarmente felice perché l’Italia, vista da Bruxelles, appare troppo spesso una gerontocrazia. Noi anziani – o diversamente giovani, come preferisco definirci– tendiamo talvolta a occupare spazi che dovremmo avere il coraggio di lasciare a chi viene dopo di noi. Vedere quattromila ragazzi appropriarsi festosamente della Repubblica ha restituito freschezza persino ai suoi simboli.
La Repubblica non deve essere infatti polverosa retorica. Ma avere il volto fresco di quei giovani, come l’Italia turrita che la personifica: antica nella storia, giovane nella speranza.
Un’unica Repubblica da servire
Il 2 ottobre c’erano Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Municipale, Forze Armate e tante istituzioni. Uniformi diverse, un’unica Repubblica da servire.
Ed è lo spirito con cui vivo da anni il mio volontariato istituzionale, fatto anche di informazione e giornalismo libero e indipendente. Nel mio recente libro Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo – che cito soltanto perché tutti i diritti d’autore sono donati all’Operazione Mato Grosso e allo Sportello Anti Stalking del Codacons – ho scritto che donare è il miglior regalo che si possa fare a sé stessi, e rivendicato la libertà che deriva dal fare e dal servire senza chiedere nulla in cambio. È quello che chiamo «il coraggio di sapersi accontentare»: dopo aver ricevuto molto dalla vita professionale, arriva il momento di restituire continuando a servire, non continuando ad occupare poltrone.
Da cofondatore della Fondazione e Presidente del suo Comitato internazionale, è questa per me la soddisfazione più grande: contribuire senza chiedere nulla, mettendo esperienza, tempo – e, quando necessario, la mano al proprio portafoglio – a disposizione di chi dovrà prendere il nostro posto.
Autocritica generazionale e patriottismo italiano-europeo
La mia generazione ha ricevuto quasi gratuitamente un patrimonio immenso: Repubblica, democrazia, libertà, pace e unità europea. “Quasi”, perché non dimentico il sangue versato da magistrati, Forze dell’Ordine, Forze Armate e giornalisti nella lotta al terrorismo, alle mafie e nelle missioni internazionali.
E qui Roma incontra Bruxelles. La nostra Costituzione, come ricordo spesso anche nella mia funzione di responsabile internazionale della Fondazione, all’articolo 11 consente, «in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».
Non è dunque una contraddizione sentirsi patrioti italiani ed europei. È una strada indicata dalla stessa Carta costituzionale. Personalmente non vedo futuro per l’Italia fuori dall’unità europea, come non vedo un futuro per l’Europa senza l’Italia.
La metafora del Kon-Tiki di fronte alle sfide epocali italiane-europee
Jean Monnet, nelle sue Mémoires, richiamava l’avventura del Kon-Tiki, la zattera di Thor Heyerdahl lanciata nel Pacifico: una volta preso il largo, non si poteva più tornare indietro; uomini diversi condividevano ormai lo stesso destino e potevano salvarsi soltanto restando uniti. È una metafora che conserva tutta la sua forza nelle sfide epocali dell’Europa, e dell’Italia, di oggi.
Da Bruxelles la domanda diventa allora inevitabile: saremo capaci di lasciare ai nostri figli e nipoti ciò che abbiamo ricevuto dai nostri padri, nonni e bisnonni?
Quei quattromila giovani mi hanno fatto sperare di sì.
A condizione però che noi sapremo, finalmente, lasciare ai loro fratelli piú grandi lo spazio che meritano, senza costringere i migliori, come avviene da troppo tempo, ad emigrare e lasciare l’Italia al suo destino.
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