L’assurda reazione dell’opposizione e di certi sindacati al decreto Lavoro
Il Primo Maggio, in Italia, è da sempre il giorno in cui tutti dichiarano amore eterno al lavoro purché non debbano spiegare troppo bene come intendono pagarlo, difenderlo o renderlo meno fragile. Quest’anno però il governo ha deciso di fare una cosa politicamente semplice da capire e, proprio per questo, insopportabile a molti: approvare un decreto sul lavoro pochi giorni prima della festa dei lavoratori. Apriti cielo.
Per l’opposizione una provocazione, per una parte del sindacato quasi un oltraggio liturgico, come se il calendario repubblicano prevedesse che il lavoro si celebri soltanto a parole, possibilmente dal palco, mai dentro un Consiglio dei ministri.
Il decreto Lavoro, tassello di una strategia più ampia
Eppure il punto politico è esattamente qui. Giorgia Meloni e il governo hanno rivendicato il decreto come un tassello di una strategia più ampia: più occupazione, più occupazione stabile, più sostegno alle categorie fragili, più attenzione alla sicurezza e a un’idea di ‘salario giusto’ legata ai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. In altre parole: meno slogan da corteo e più tentativo di mettere mano ai meccanismi reali del mercato del lavoro. Si può discutere se basti, ma far finta che sia solo propaganda è un esercizio di cecità volontaria.
La reazione dei sindacati, del resto, è stata il solito catalogo delle differenze interne. La Cgil ha bocciato il decreto, sostenendo che le risorse dovessero finire direttamente nelle tasche dei lavoratori poveri e non delle imprese. Posizione coerente, prevedibile, quasi rituale: Landini ormai sembra l’ultimo sacerdote di una religione in cui ogni incentivo alle aziende è peccato sociale, anche quando serve a creare occupazione. Più aperta la Cisl, che ha riconosciuto nel provvedimento alcuni principi importanti, soprattutto sul valore della contrattazione comparativamente più rappresentativa.
E persino la Uil ha mostrato soddisfazione, leggendo nelle nuove norme un primo riconoscimento legislativo del salario dignitoso. Tradotto: non tutto il sindacato ha avuto bisogno di fingersi all’opposizione per mestiere. Poi c’è l’opposizione politica, che su questi temi riesce sempre nel miracolo di sembrare contemporaneamente scandalizzata e nostalgica. Elly Schlein ha parlato di provocazione, di decreto-spot, di misura che non combatte il lavoro povero e rischia di aumentare la precarietà. Il Movimento 5 Stelle ha rispolverato il repertorio del ‘decreto precariato’, formula buona per tutte le stagioni, come il piumino leggero.
Argomenti che hanno una loro dignità polemica, certo, ma anche un limite evidente: contestano il governo come se il lavoro povero, i contratti deboli e i salari bassi fossero comparsi con l’ultimo Consiglio dei ministri, e non fossero invece il lascito di almeno un ventennio di riforme incompiute, slogan massimalisti e promesse redistributive finite spesso in debito pubblico. Naturalmente questo decreto non inaugura il paradiso terrestre. Nessun decreto lo fa, e chi lo suggerisce mente sapendo di mentire. Ma almeno prova a stare nel mondo reale: incentivi mirati, valorizzazione dei contratti seri, interventi su sicurezza e occupazione, attenzione a donne e giovani.
È poco? Forse. È perfettibile? Sicuramente. Ma tra un governo che nei giorni vicini al Primo Maggio approva misure sul lavoro e un’opposizione che si indigna per la data scelta, viene il sospetto che gli uni stiano almeno tentando di governare, mentre gli altri siano rimasti all’antica specialità nazionale: scambiare la testimonianza per politica e la posa per soluzione.
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