Da Lavitola ancora conferme del rapporto speciale con Ranucci, ma blinda l’amico
La sua difesa punta ai domiciliari in Basilicata e a spostare il procedimento ad Avellino e Napoli. Ecco cosa ha detto ai magistrati del Riesame
Valter Lavitola al Riesame: in tre ore di videocollegamento un passo indietro per provare a farne subito uno di lato. Davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Roma, Valter Lavitola mette in scena l’ennesimo capitolo del suo personale manuale di sopravvivenza giudiziaria e mediatica.
Lavitola al Riesame
L’ex direttore dell’Avanti, accusato di essere il mandante del grave attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 ai danni del conduttore di Report Sigfrido Ranucci, gioca di fioretto e di scudo.
Da un lato compie il formale passo indietro: si assume «ogni responsabilità sulle modalità esecutive del delitto» e sul mandato originario.
Ma un istante dopo si sposta di lato, scaricando l’ideazione specifica della bomba sul co-indagato Clesio Tavares, detto “Gomez”.
A Gomez – spiega la difesa guidata dagli avvocati Sergio e Arturo Cola – Lavitola avrebbe affidato un «mandato sostanzialmente in bianco», dicendogli di agire «a modo suo» forte della sua esperienza nella sicurezza internazionale.
Lavitola si dichiara dunque «responsabile» degli effetti, ma «ignaro» del mezzo: l’ordigno non lo avrebbe deciso lui.
La strategia in videocollegamento
Ma il vero fulcro della sua deposizione è un altro. Nelle sue dichiarazioni spontanee, Lavitola ha confessato ai magistrati: «Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me».
Un’ammissione disarmante, che solleva un interrogativo inquietante.
Su cosa poggiava questa incrollabile certezza di poter confidare nel «riscatto sociale» offerto dal giornalista d’inchiesta più potente d’Italia?
La risposta, che emerge goccia a goccia dalle carte delle indagini e dalle rivelazioni delle ultime settimane, racconta di una fitta rete di favori, mediazioni e coperture incrociate.
Altro che distanza di sicurezza tra giornalista e fonte: qui si parla di rapporti di scambio sistematici.
Le cambiali del riscatto: i favori di Ranucci
Che il legame tra l’ex faccendiere e il conduttore di Report fosse ben più di una frequentazione professionale lo dicono i fatti. Ranucci, nei mesi precedenti, aveva dimostrato una straordinaria propensione a «ricambiare» l’amicizia di Lavitola su diversi tavoli strategici.
Il business africano dei carbon credits e la ditta “Neutralia”
Lavitola tesseva la sua tela nelle foreste dell’Africa per un colossale business di crediti di carbonio da oltre 1,8 milioni di euro attraverso la società Neutralia (partecipata dagli imprenditori Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, quest’ultimo presidente di Urban Vision). Sigfrido Ranucci si muoveva in perfetta sincronia.
Ranucci avrebbe anticipato via mail a Lavitola i dettagli di una sua intervista o servizio proprio sui carbon credit, come ha raccontato anche L’identità.
E quando i due cenavano insieme, proprio nei giorni in cui fluivano i finanziamenti di Neutralia, gli imprenditori liquidavano la coincidenza con imbarazzata ironia: «Carbon credit? No, a tavola parlammo di carboidrati».
Lo strano asse sul Zimbabwe
La pista africana si fa ancora più densa in Zimbabwe. Ranucci scriveva mail a Lavitola chiedendogli informazioni dettagliate sul Paese africano, specificando: «Serve per nostra inchiesta».
Ma chi muoveva davvero i fili?
Al Tg1, il giornalista dello Zimbabwe che intervistò Ranucci ha dichiarato testualmente: «Fu Valter Lavitola a suggerire di sentirlo».
Nel frattempo, l’inchiesta di Ranucci finiva per etichettare il socio africano di Lavitola nella società Afro Carbon, Ben Chimutengo, come membro della «mafia dell’oro», scatenando minacce di querele milionarie.
Subito dopo, Lavitola e i vertici di Neutralia provavano a blindare la vicenda offrendo a Chimutengo un accordo segreto di non divulgazione in cambio del ritiro delle cause legali. Un tentativo disperato di far sparire la pista africana prima che il castello di carte crollasse.
La mediazione per il Bistrot “Cefalù” con gli amici del “Cecato”
Ancora più clamoroso è il ruolo di Ranucci negli affari commerciali romani di Lavitola.
Una mail in possesso dell’ex compagna di Lavitola, Natalia Potenza, svelerebbe l’attivismo del conduttore di Report per aiutare l’amico nell’acquisizione del bistrot Cefalù a Monteverde.
Ranucci avrebbe fatto da mediatore con i proprietari delle mura, i costruttori Antonio e Daniele Pulcini. Imprenditori di peso, storicamente considerati vicini a Massimo Carminati (il “Cecato” di Mafia Capitale) sebbene i Pulcini siano stati poi assolti in quel processo).
Un conduttore Rai che si spende in prima persona con costruttori legati a certi mondi per far comprare un ristorante all’amico Lavitola è un’immagine che aiuta a ridefinire i rapporti tra i due.
Il capolavoro dell’intercettazione: l’alibi suggerito in diretta
Il cortocircuito definitivo tra controllore e controllato si materializza all’alba del 5 luglio 2026. Lavitola ha appena subito una perquisizione e ha scoperto che gli inquirenti hanno tracciato i telefoni suo e di Gomez a Torvaianica il 15 settembre 2025, un mese prima della bomba a casa di Ranucci. È il sopralluogo per l’attentato.
Lavitola sale in auto con la compagna Natalia e chiama subito Ranucci. L’auto è buggata dalla Procura, l’intercettazione registra un dialogo surreale. Ranucci, anziché raggelare davanti al fatto che il suo “amico” si trovava segretamente sotto casa sua con un complice prima dell’attentato, si trasforma nel suo consulente difensivo. È Ranucci a suggerirgli le scuse più stravaganti per giustificare quella presenza.
La scusa del ponte crollato
Ranucci gli suggerisce che potrebbe aver agganciato quella cella telefonica per via di una deviazione obbligatoria sulla Pontina per andare a Terracina. «Non puoi passare… è crollato il ponte… devi passare davanti casa mia per forza», dice il giornalista.
Mentre Lavitola, quasi imbarazzato per l’incoerenza logica della scusa, obietta: «Vabbè… ma a Terracina la casa lei l’ha presa a giugno… quindi che c’entra?».
La scusa del pranzo saltato: Subito dopo, Ranucci propone un altro alibi: «Mi ricordo che tu mi hai detto… che ci andavi pure tu… che eri passato a cercarmi».
Il giallo degli schiaffi in carcere
il giallo dell’aggressione subita da Lavitola a Rebibbia continua. La richiesta di arresti domiciliari anche perché “in ragione della sua confessione, Lavitola – dicono i suoi legali – è stato aggredito da detenuti”.
E che “circa l’aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la Polizia Penitenziaria presso il carcere di Rebibbia ed avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D’Avino nel corso del suo ultimo interrogatorio”.
Procedimento “da spostare ad Avellino e Napoli”
Da giorni Massimo Giletti anticipa sui social il contenuto di nuove rivelazioni sull’attentato, sostenendo che se ne occupano in Italia altre due Procure.
Sono quelle che ora avanzano i legali di Lavitola come naturale destinazione del procedimento?
“La competenza territoriale dell’inchiesta spetta alla Procura di Avellino e non a quella di Roma, poiché è in terra irpina che l’ipotesi di reato avrebbe avuto inizio”.
E’ il perno centrale riportato della memoria di 72 pagine depositata oggi dagli avvocati di Valter Lavitola davanti ai giudici del Tribunale del Riesame della Capitale.
I legali Sergio e Arturo Cola chiedono infatti la caducazione dell’ordinanza cautelare, sostenendo in via preliminare non solo il superamento dei termini perentori di decisione- Ma poi indicando con precisione come il trasporto dell’esplosivo – poi impiegato a Torvaianica contro l’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci – sia partito dal comune di Sperone, in provincia di Avellino.
Scrivono nella memoria i due avvocati: “Trattandosi di un reato permanente come il porto illegale di armi, la competenza spetterebbe dunque per legge al capoluogo campano e, per attrazione distrettuale, alla Procura di Napoli”.
Cosa uscirà ancora dal contagocce?
La strategia di Lavitola è chiara: confessare il minimo indispensabile sul delitto per evitare il carcere duro, ma tenere costantemente accesi i riflettori sul suo legame con Ranucci. Ogni udienza, ogni dichiarazione spontanea è un pizzico di polvere da sparo lanciato nel dibattito pubblico.
Lavitola parla col contagocce perché sa che ogni goccia ha un valore immenso. Se per l’attentato si profila una comoda via di fuga verso i domiciliari in Basilicata – il figlio ha preso in fitto un’abitazione a Neopoli – , per Ranucci la situazione si fa sempre più asfissiante.
La maschera del paladino delle inchieste senza macchia vacilla sotto il peso di email, trattative sui carbon credit in Zimbabwe, mediazioni con costruttori romani e intercettazioni in cui si suggeriscono alibi in diretta.
La domanda che tutta Italia si pone adesso è semplice: quante altre gocce rimangono nel serbatoio di Valter Lavitola?
E soprattutto, fino a che punto Ranucci sarà in grado di reggere l’urto delle prossime rivelazioni? La sensazione è che il velo sia stato squarciato. E che il “mondo di mezzo” in cui si sono mossi giornalista e faccendiere sia ormai sotto gli occhi di tutti.
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