Le Borse temono la guerra lunga: un’altra giornataccia
Il gas vola: +53% in due giorni. Milano flop, fibrillazioni sullo spread e l'inflazione fa paura
Un’altra giornataccia di guerra in Borsa. Che, per inciso, a Milano ha chiuso perdendo il 3,92% dopo aver rischiato (e superato) il calo del 4%. Peggio di noi, in Europa, nessuno. Anzi, no: solo Madrid. Il flop dei mercati iberici è totale: -4,56%. La Germania non se la cava meglio e a Francoforte la seduta del Dax s’è chiusa in rosso: -3,7%. Se Berlino piange, Parigi non ha proprio nulla da ridere: -3,50% al Cac40 mentre Londra perde il 3,13%.
La guerra fa paura (anche) alla Borsa americana
A complicare un quadro già nero per i mercati finanziari, la pessima apertura delle Borse Usa. Il Nasdaq, pronti via, cede l’1,85% mentre lo S&P 500 perde l’1,60%. Male, anzi malissimo, il Dow Jones: -1,77%. La giornata “italiana” però è stata complicata dal balzo in avanti dello spread che ha raggiunto (e superato) i 70 punti. Alle tensioni internazionali s’è unita l’emissione dei Btp Valore (che comunque, stando a quanto riferisce il Mef, stanno incassando miliardi). Un problema che stanno sperimentando pure i Treasury americani, il cui rendimento è schizzato alle stelle mentre il dollaro va rivalutandosi (anche) nei confronti dell’euro. A complicare l’atteggiamento dei mercati è una considerazione tutt’altro che banale. In pochi credono alla guerra lampo, al blitz. La paura è che il mondo finisca per impantanarsi nell’ennesimo conflitto di posizione che potrebbe durare molto a lungo. La depressione delle Borse sta a svelare proprio questo.
Rincari alla pompa, i numeri dell’inflazione
Ma le cattive notizie non sono finite qui. C’è, fin da subito, il rincaro dei carburanti. La benzina aumenta del 7% mentre il diesel centra rincari a doppia cifra: +16%. Ciò succede perché la nafta viene prodotta nelle raffinerie e quindi abbisogna di un processo di produzione più lungo che risente, in maniera molto più sensibile, delle tensioni geopolitiche internazionali. Il guaio, vero, però è ancora un altro. Sono usciti i dati sull’inflazione a febbraio. Il livello dei prezzi, in appena un mese, è schizzato all’1,6% su base annua. Risalita vorticosa accompagnata da quella del carrello della spesa: +2,2%. Per gli analisti, e non hanno poi tutti i torti, questo è solo il (possibile) punto di inizio di una nuova stangata nel già esausto portafogli degli italiani.
Gas e petrolio, ancora aumenti
Anche perché i dati Istat si riferiscono a un periodo in cui la guerra tra Iran, Usa e Israele non era ancora iniziata e lo Stretto di Hormuz non era ancora chiuso. Oggi il Brent ha agevolmente superato la soglia degli 82 dollari al barile mentre al Ttf di Amsterdam la quotazione del gas s’è portata sui 53,6 euro al Mwh. In soli due giorni, il prezzo del Gnl è schizzato di oltre il 50%. Trump ha promesso: “Il petrolio, quando tutto sarà finito, costerà ancora meno di prima”. Il problema sarà capire a quale prima si riferisce il presidente americano. Le sue parole, negli Usa, non hanno rassicurato i mercati più di tanto. In Europa, invece, li atterriscono.
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