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Esteri

L’Europa promuove ancora una volta il modello italiano di gestione dei migranti irregolari e il protocollo con l’Albania

di Eleonora Manzo -


Alla fine, tra un ricorso e un salotto televisivo, è arrivato anche il parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia Ue. E no, non è stata l’apocalisse annunciata da certa opposizione militante a colpi di hashtag: il protocollo Italia-Albania sui migranti è compatibile con il diritto europeo. Con una postilla, certo – che poi è sempre quella che trasforma ogni principio in campo minato: i diritti devono essere garantiti. Tutti, sempre, senza scorciatoie.

Tradotto: si può fare, ma va fatto bene. Che, a ben vedere, è esattamente ciò che si dice da due anni – solo che finora il dibattito è stato meno giuridico e molto più ideologico. Da una parte il governo, deciso a dimostrare che una gestione diversa dei flussi è possibile; dall’altra un’opposizione che ha spesso preferito trasformare la questione in un referendum morale permanente, dove ogni tentativo operativo diventava automaticamente sospetto.

Nel mezzo? I giudici. E qui la storia si fa interessante. Perché mentre la politica litigava, le aule di tribunale rallentavano, bloccavano, rimandavano. Un cortocircuito istituzionale che, secondo Giorgia Meloni, è costato caro: ‘due anni importanti persi a causa di letture giudiziarie forzate’. Parole pesanti, che aprono un tema reale: quando il diritto diventa interpretazione creativa, il confine tra garanzia e paralisi si fa sottile.

Eppure, il parere europeo rimette qualche paletto. L’Unione non vieta affatto di esternalizzare i centri, né considera eretico spostare parte della gestione fuori dai confini nazionali. Ma pretende – giustamente – che lo Stato resti responsabile di tutto: assistenza legale, traduzioni, contatti, tutela dei vulnerabili. Non è un dettaglio tecnico, è il cuore della questione. Perché la differenza tra una politica migratoria e un problema umanitario sta tutta lì.

Il punto, però, è un altro. Ed è più scomodo. Per due anni il tema è stato usato come una clava elettorale: slogan contro slogan, indignazioni a comando, soluzioni facili per problemi complessi. Da una parte ‘blocchiamo tutto, dall’altra ‘accogliamo tutti’. In mezzo, la realtà – che è fatta di numeri, procedure, accordi internazionali e, soprattutto, persone.

Persone vere, non categorie da talk show.

Ed è qui che l’ironia lascia spazio a qualcosa di più serio. Perché quando si parla di migranti, non si sta discutendo di una tassa o di una riforma burocratica. Si sta decidendo del destino di esseri umani che attraversano mare e disperazione. Ridurre tutto a propaganda – sia in versione securitaria che umanitaria – è il modo più rapido per non risolvere nulla.

Il parere della Corte, in fondo, dice proprio questo: si può agire, ma con responsabilità. Niente scorciatoie, niente slogan. Servono regole chiare, procedure solide e una politica che smetta di inseguire il consenso immediato per affrontare un fenomeno strutturale.

Meloni parla di ‘serietà, coraggio e soluzioni concrete’. Parole che suonano bene – e che adesso dovranno tradursi in pratica. Perché la legittimità giuridica è solo il primo passo. Il resto è tutto da dimostrare.

E magari, per una volta, senza trasformare ogni sbarco in un comizio.


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