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Esteri

La Lincoln sembra un rottame. Le foto smentiscono Trump e il Pentagono

di Lino Sasso -


La Lincoln sembra un rottame. Le immagini che smentiscono Casa Bianca e Pentagono sulla portaerei Usa e sulla guerra in Iran.

Cosa succede alla Lincoln?

Le immagini sono impietose. Ruggine, vernice scrostata, alghe sullo scafo e i segni evidenti di nove mesi trascorsi quasi ininterrottamente in mare.

La portaerei Lincoln è arrivata al porto thailandese di Laem Chabang in condizioni disastrose. E che soprattutto rischiano di trasformarsi in un problema politico per la Casa Bianca e per il Pentagono.

Perché quelle fotografie sembrano raccontare una realtà molto diversa da quella descritta nei mesi scorsi dall’amministrazione Usa. La portaerei, lunga 333 metri e con circa cinquemila tra marinai e marines a bordo, sta facendo ritorno verso il porto di San Diego, dopo essere stata sostituita dalla Uss George Washington.

La sosta di quattro giorni nella provincia thailandese di Chonburi ha però offerto a fotografi e telecamere la possibilità di documentare da vicino le condizioni della nave. Ed è bastato poco perché le immagini diventassero virali.

Le denunce dei parenti del personale a bordo

La Lincoln aveva lasciato la California il 21 novembre dello scorso anno. Da allora ha trascorso circa nove mesi in mare. Una missione lunghissima che ha messo a dura prova non soltanto la nave, ma anche il personale imbarcato.

Da settimane i familiari dei militari denunciano condizioni particolarmente difficili a bordo. Sui media americani erano inoltre circolate notizie su docce inutilizzabili, problemi agli impianti di scarico e difficoltà nella gestione della mensa a causa della scarsità delle scorte alimentari.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva però respinto quelle ricostruzioni, bollandole come inaccurate. Adesso, almeno per quanto riguarda lo stato esterno della portaerei, le fotografie provenienti dalla Thailandia mostrano un quadro difficile da conciliare con l’immagine di una nave in condizioni ordinarie.

Le immagini smentiscono il Pentagono

È proprio questo contrasto ad aver alimentato la polemica negli Stati Uniti. Sui social le fotografie della Lincoln sono diventate la prova di qualcosa di più grande del semplice deterioramento di una nave impegnata per mesi in operazioni militari. E i sospetti tornano a circolare: quanto ha raccontato davvero il Pentagono sulla guerra contro l’Iran?

Il caso della portaerei si inserisce infatti in una polemica già aperta sulla gestione delle informazioni da parte dell’amministrazione Trump. Durante le prime fasi del conflitto con Teheran la Difesa americana aveva negato l’esistenza di vittime tra i propri militari. Successivamente è emerso che tredici soldati americani erano stati uccisi nel primo scontro con l’Iran, ai quali si erano aggiunti altri cinque morti nei giorni successivi.

Una dinamica che aveva già alimentato le accuse di scarsa trasparenza rivolte al Pentagono. Ancora più controversa è stata la questione dei feriti. Anche su questo fronte le informazioni ufficiali sono arrivate con grande difficoltà e notevolmente ridimensionate. I media americani hanno cercato di ricostruire autonomamente le conseguenze degli scontri. Il bilancio tracciato dalla stampa statunitense parla di oltre settecento militari americani feriti dall’inizio del conflitto.

La Lincoln diventa il simbolo delle ombre sulla guerra

Adesso il caso della Lincoln non può che accrescere le perplessità. La portaerei nucleare simbolo della capacità degli Usa di proiettare la propria forza militare in qualsiasi parte del mondo, che entra in porto portando con sé i segni di una missione estenuante rappresenta un’immagine potentissima. Naturalmente non significa che sia incapace di combattere.

Una nave rimasta per mesi in mare può presentare un forte deterioramento senza che questo ne comprometta necessariamente le potenzialità. Ma il problema per Washington è un altro. Le immagini arrivano dopo mesi di indiscrezioni sulle condizioni a bordo e le conseguenti smentite del Pentagono. E soprattutto arrivano mentre l’amministrazione americana deve già difendersi dall’accusa di avere fornito informazioni incomplete sulle conseguenze della guerra contro l’Iran.

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