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Nazionale: ora Malagò incroci le dita

La sensazione è che il calcio italiano abbia messo in atto l'ennesima operazione nostalgia per sopravvivere

di Angelo Vitale -


Nazionale, diciassette giorni di caos. Tanto è bastato per consumare l’ennesima psicodrammatica parabola del calcio italiano, passata dall’incubo di Zenica a restaurare un auspicato “usato sicuro” in salsa d’emergenza.

Nazionale, la mossa disperata di Malagò

C’è l’annuncio del ritorno di Roberto Mancini in panchina (si sarebbe “ scusato” della fuga da 25 milioni annui in Arabia Saudita dopo la disfatta) e del contestuale affiancamento di Claudio Ranieri alla direzione tecnica.

Non è l’atto di forza di un sistema solido, ma l’esito di un accerchiamento politico e istituzionale divenuto insostenibile per Giovanni Malagò in Via Allegri.

Per provare a capire tutto, bisogna riavvolgere il nastro di un vertiginoso effetto domino. Il punto di rottura, l’ 11 luglio, quando il crollo della Nazionale spalanca il baratro. La risposta iniziale dell’area tecnica è il tentativo di un repulisti generazionale.

Da Guardiola a Mancini

Prima la pista per la panchina affidata ad un mirabolante profilo (Pep Guardiola), poi il piano B con Andrea Pirlo e il traumatico e fulmineo strappo di Paolo Maldini e Leonardo.

Un doppio addio che lascia la Federazione senza scudo tecnico e priva d’autorevolezza proprio mentre dal governo arrivano i fendenti più affilati, con il ministro dello Sport Andrea Abodi a picchiare duro sulla governance federale, togliendosi pure lo sfizio di irridere il fascinoso presidente ricordando le macchiette di Gigi Proietti.

Il presidente Figc prova a sparigliare le carte

In questo vuoto di potere, la figura di Giovanni Malagò non più come abile mediatore, ma come perno accentratore. Per sopravvivere – perfino alle ombre di un’inchiesta della Procura Federale- decide di sparigliare le carte.

Di fronte al rifiuto di Giorgio Chiellini di assumere ruoli dirigenziali abbandonando la continuità con la Juventus, cede alla logica dell’emergenza pura. E crede di disinnescare la mina politica richiamando l’unico uomo capace di garantire un dividendo d’immagine immediato (Roberto Mancini), affiancandogli una figura di garanzia indiscutibile (Claudio Ranieri).

Operazione nostalgia? Malagò incroci le dita

La mossa, per spegnere l’incendio e uscire dall’angolo, ma l’incognita di fondo rimane intatta. Il sistema calcio è davvero pacificato o ha soltanto congelato le sue contraddizioni?

Il sospetto, che l’attivismo di Malagò non abbia risolto la crisi, ma nuovamente minacciato il precario disequilibrio del suo Palazzo. Il campo darà le sue risposte, ma la sensazione è che il calcio italiano abbia messo in atto l’ennesima operazione nostalgia per sopravvivere.

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