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Esteri

Il “meno peggio” dopo Guterres in una Onu paralizzata?

La corsa alla successione per la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite si è trasformata in un vero e proprio romanzo diplomatico da corridoio

di Daniel Walker -


Stallo al Palazzo di Vetro: la mossa della Turchia e il toto-nomi per il “dopo Guterres”.

Onu, chi dopo Guterres?

Con il secondo mandato di António Guterres in scadenza a fine anno, la corsa alla successione per la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite si è trasformata in un vero e proprio romanzo diplomatico da corridoio.

In ballo l’applicazione della consuetudine non scritta di rotazione geografica che favorirebbe l’America Latina. Ma pure le forti pressioni per la nomina della prima donna nella storia dell’Onu. Ora, un processo bloccato in una serie di veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza.

Sulla scheda….

Sulle schede dei voti informali sono comparsi i più diversi nomi. In cima alle preferenze sono emersi la costaricana Rebeca Grynspan, segretaria generale Unctad. Affianco a lei, l’argentino Rafael Grossi, direttore dell’Aiea. Ma pure la diplomatica della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett. Nomi accompagnati dalle candidature ufficiali dell’ecuadoriana María Fernanda Espinosa e dell’ugandese Olara Otunnu.

Intanto, figure come Michelle Bachelet e Macky Sall si sono sfilate dalla competizione.

A complicare la scacchiera si sono aggiunti l’ingresso della diplomatica degli Emirati Arabi Uniti Lana Nusseibeh. Infine, la mossa a sorpresa di Ankara, che ha formalizzato la candidatura dell’esperto diplomatico Feridun Sinirlioğlu, attuale capo dell’Osce.

Ad alimentare il “toto-nomi” e le indiscrezioni si sono aggiunti perfino rumors clamorosi, come quello rilanciato dal Wall Street Journal relativo al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Un noe ipotizzato ufficiosamente da fonti d’oltreoceano come possibile figura di compromesso sostenuta informale da Washington, Mosca e Pechino.

I commenti

Di fronte a un quadro così frammentato, gli analisti indipendenti leggono la partita come un calcolo pragmatico. Come evidenziato da Ben Cohen, senior analyst della Foundation for Defense of Democracies, per i membri permanenti del Consiglio si tratterà infine di scegliere il “meno peggio”. Un nome in grado di superare la barriera dei veti.

Sarebbe la vittoria della logica del minimo comune denominatore: un’Onu ridotta a gestire la propria evidente paralisi diplomatica.

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