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Papa Leone XIV e la malattia: la rivoluzione della trasparenza

di Andrea Canali -


Spiazzando un po’ tutti i fedeli presenti nella Piazza, gremita, di San Pietro, il Santo Padre ha voluto condividere direttamente e informare tutti sulla sua condizione attuale di salute. Con il suo solito garbo e la sua solita gentilezza, ha affermato durante l’Angelus di domenica scorsa, 11 ottobre: “Ho un nodulo al polmone, ho deciso di operarmi”.

Una comunicazione semplice, diretta e trasparente che potremmo definire di una “dirompente umanità”, perché comunicata direttamente da Papa Leone XIV, il quale rivolgendosi personalmente ai fedeli nel raccontare la sua malattia ha confermato la tradizione lanciata trentaquattro anni prima dal Papa polacco, quando appunto San Giovanni Paolo II si era “confidato”, annunciando in modo generico la necessità di svolgere degli “accertamenti”.

Era il 12 luglio 1992, e anche in quella occasione il Pontefice si espresse durante l’Angelus domenicale dicendo: “Questa sera mi recherò al Policlinico Gemelli per sottopormi ad alcuni accertamenti diagnostici”. Una comunicazione che colpì molto per la sua unicità, ma molto meno specifica, durante la quale Giovanni Paolo II non esitò poi a invitare i fedeli a fargli sentire la loro vicinanza.

Quella iniziata da Wojtyła allora, e oggi proseguita da Prevost, costituisce una vera e propria rivoluzione mediatica. Perché a superare la comunicazione ufficiale e istituzionale sono gli stessi Pontefici, che rompono la linea del silenzio assoluto sulla loro salute, un tempo più riservata o addirittura tenuta nascosta.

L’affetto dei fedeli e non solo

Quindi vi è stato anche questa volta, il conseguente slancio di affetto da parte di migliaia di fedeli, manifestata anche via social. Ma Leone fa ancora un ulteriore passo in avanti, comunicando esplicitamente la sua diagnosi. Potremmo dire quindi che, rispetto a questo messaggio, riguardando il bene primario della salute, il Vescovo di Roma ha dimostrato una semplicità e una prossimità simile a Papa Francesco, che parlava in modo diretto proprio al cuore delle persone, e lasciava poi, al portavoce vaticano, il compito di diffondere i bollettini ufficiali, sulla sua salute.

Entrando nel merito dell’intervento chirurgico (svoltosi martedì scorso, 13 ottobre) e condotto dalla équipe medica di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora, si è “concluso positivamente, nei modi e nei tempi previsti” senza complicazioni eseguito con tecnica videoassistita.

Il Santo Padre ha stazionato tre ore in sala operatoria anche se l’intervento è durato novanta minuti circa, rientrando dopo un tempo di osservazione al decimo piano del Policlinico, nel reparto adiacente all’appartamento papale (dove un anno e mezzo fa fu ricoverato Papa Francesco attualmente in ristrutturazione).

Il bollettino medico diffuso fa sapere che “l’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori”. Il Pontefice si è svegliato regolarmente ed è rientrato in stanza “dopo un breve periodo di osservazione”.

L’auspicio e l’augurio è che Il Vicario di Cristo ritorni più forte e determinato di prima, dopo la settimana inevitabile di convalescenza che lo vedrà soggiornare, come di consueto al Gemelli, parimenti agli altri Papi.

Il gesto del Papa

Il Papa americano ha dato un esempio di forza con questo gesto, parlando soprattutto ai malati che devono affrontare la loro problematica con determinazione sopportando dolori e sofferenze affidandosi al Signore senza avere “vergogna” del proprio stato di salute. In conclusione, riflettendo, potremmo dire che quale maggiore prova vi è per il cristiano se non quella di affrontare tale condizione di fragilità fisica se non sorretti dalla misericordia di Dio. A tal proposito Sant’Agostino ci ricorda che: “Toccare con il cuore è credere”. Spesso quando non stiamo bene ci sentiamo abbandonati o addirittura come se fossimo in mare aperto, su una zattera senza punti di riferimento, invece una bussola vi è, ossia quella della fede, perché in realtà anche nella bufera non siamo mai soli.

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