Il retrofront della Sinistra in piscina
Orari riservati alle sole donne nella piscina di Tor Tre Teste: la sinistra esulta, ma l'integrazione a targhe alterne somiglia sempre più a una resa
Un passo avanti per l’integrazione, tre passi indietro per i diritti civili. La decisione di riservare, nei mercoledì di agosto, fasce orarie ad uso esclusivo delle donne (estendendo il divieto d’accesso agli uomini persino allo staff dell’impianto) segna il definitivo blackout concettuale di una politica che, pur di compiacere un certo modello multiculturalista, finisce per calpestare decenni di conquiste civili.
Ieri si scendeva in piazza per abbattere le barriere di genere, oggi si chiede il permesso di tirare su le tende e cacciare pure i bagnini maschi pur di nascondere le donne dagli sguardi dell’altro sesso. Il tutto, ovviamente, spacciato per progresso.
L’inclusione al contrario
Non ci sono sfumature né diplomazie: qui si tratta di una resa culturale bella e buona. Quando un impianto pubblico stravolge la propria gestione ed epura lo staff in base al sesso per compiacere la divisione tra i sessi, non siamo davanti all’integrazione: siamo di fronte a una capitolazione.
Si sbandiera il totem dell’inclusione, ma l’esito reale è desolante: la creazione di recinti protetti dove la diversità invece di incontrarsi si blinda.
L’atteggiamento del Partito Democratico e della galassia progressista sfiora il ridicolo. Gli stessi paladini pronti a sollevare polveroni per qualunque minima sfumatura di genere, di fronte alla cancellazione della presenza maschile negli spazi pubblici si trasformano in spettatori entusiasti. Se la pretesa di separare gli uomini dalle donne arrivasse da settori della tradizione conservatrice si griderebbe al medioevo; siccome viene impacchettata nel nome del multiculturalismo, diventa improvvisamente una conquista di “civiltà”.
Integrazione significa condivisione, non resa
La vera integrazione non si fa arretrando sui valori fondanti della nostra società, tra cui la parità di accesso e la convivenza nello stesso spazio pubblico. Insegnare che uomini e donne possono e devono condividere gli stessi ambienti, compresa una piscina nei mercoledì d’estate, è la base dell’emancipazione.
Continuando di questo passo, la china diventa scivolosa. Oltre agli orari e al personale separati nelle vasche, cosa accetteremo domani in nome del rispetto delle diverse culture? Mezzi pubblici divisi? Classi scolastiche separate?
L’incoerenza in costume da bagno
Chi oggi brinda a questa decisione dovrebbe fermarsi un secondo a guardare lo specchio delle proprie contraddizioni. Abbiamo trascorso anni a spiegare che il corpo femminile non va nascosto, che il decoro non si misura con i metri di stoffa e che la libertà passa dalla condivisione degli spazi. Poi arrivano agosto, i mercoledì di caldo romano e le utopie del PD, ed ecco la magia: la seppellitura del femminismo con tanto di timbro comunale e licenziamento temporaneo del personale maschile.
I progressisti nostrani hanno finalmente trovato la ricetta perfetta per l’uguaglianza: se il machismo spaventa, nascondiamo le donne e pure i bagnini. Complimenti vivissimi. Chissà se al prossimo coordinamento di partito proporranno le cabine separate sul litorale di Ostia o direttamente i burqa d’ordinanza per evitare distrazioni alle riunioni di circolo. D’altronde, nell’era dell’inclusione a targhe alterne, il vero tabù non è più l’oscurantismo: è un bagno in piscina tutti insieme.
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