Rapporto SVIMEZ: Il Sud si svuota. 350 mila cervelli in fuga. E i nonni li seguono
Una valigia e un biglietto di sola andata. È l’immagine che da decenni accompagna chi nasce, cresce e studia al Sud e poi parte. Ma adesso quella valigia la fanno anche i nonni, che non riescono a stare lontani dai nipoti emigrati al Nord. È questo uno degli aspetti più umani – e più dolorosi – che emerge dall’ultimo rapporto della Svimez, l’associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, presentato a febbraio 2026 in collaborazione con Save the Children. Il titolo parla di “Un Paese, due emigrazioni”. Da una parte i giovani qualificati che lasciano il Sud per il Centro-Nord o per l’estero. Dall’altra gli anziani che li inseguono, pur mantenendo formalmente la residenza meridionale. Il risultato è un territorio che si svuota su entrambe le generazioni, in un circolo vizioso che si autoalimenta e che nessuna politica è riuscita finora a invertire davvero.
270 mila laureati persi in venti anni
Dal 2002 al 2024, quasi 350 mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord. Al netto dei rientri, la perdita secca ammonta a 270 mila unità in 22 anni. Solo nel 2024, i giovani qualificati meridionali trasferiti al Centro-Nord sono stati 23 mila, a cui si aggiungono oltre ottomila che hanno scelto direttamente l’estero. Tra il 2002 e il 2024, più di 63 mila under 35 laureati del Sud hanno lasciato l’Italia, con una perdita netta di 45 mila unità. Il costo complessivo è stato quantificato in 6,8 miliardi di euro l’anno: denaro pubblico investito per formare questi ragazzi che poi porta frutti altrove, in un trasferimento strutturale di risorse dalle aree più deboli a quelle più forti del Paese. Nel frattempo, anche il Centro-Nord perde verso l’estero: 21 mila giovani laureati settentrionali se ne sono andati nel solo 2024, valore doppio rispetto al 2019. Ma il guadagno proveniente dal Sud compensa largamente questa perdita.
Si parte già dall’università, senza aspettare la laurea
Nell’anno accademico 2024-25, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521mila totali – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord, pari a oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline Stem. Campania e Sicilia da sole generano quasi la metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia-Romagna e Lazio. Chi studia al Nord tende a restarci: l’88,5% dei laureati in atenei centro-settentrionali lavora nella stessa area a tre anni dal titolo. Al Sud ci riesce meno del 70% dei laureati locali.
Le donne partono di più
Il fenomeno delle migrazioni intellettuali ha un volto prevalentemente femminile. Dal 2002 al 2024 sono emigrate dal Sud al Centro-Nord 195 mila donne laureate, 42 mila in più degli uomini. La quota di laureate tra i migranti meridionali è cresciuta in modo vertiginoso: dal 22% del 2002 a quasi il 70% nel 2024. La spiegazione è in parte economica: la differenza salariale tra una laureata del Mezzogiorno e un collega del nord-ovest ammonta a circa 375 euro netti al mese (1.487 contro 1.862 euro).
Il Sud si svuota
L’aspetto forse più inedito del rapporto riguarda gli anziani. Il Rapporto Svimez stima che tra il 2002 e il 2024 gli over 75 formalmente residenti al Sud ma che vivono stabilmente al Centro-Nord siano quasi raddoppiati: da 96 mila a oltre 184 mila. Una cifra costruita analizzando le compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e la spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana: un indicatore indiretto ma solido di dove queste persone trascorrono davvero il loro tempo. Dietro questi dati ci sono storie di famiglie divise che cercano di ricongiungersi. Da un lato, nonni che si spostano per stare vicino ai figli e accudire i nipoti, supplendo a quei servizi di cura che al Nord costano troppo o sono difficili da trovare. Dall’altro, la crescente difficoltà del sistema sanitario e assistenziale meridionale di garantire cure adeguate, che spinge verso nord anche chi avrebbe preferito restare.
Il questo modo il Sud perde su entrambe le generazioni. E il conto, umano prima ancora che economico, è sempre più in aumento.
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