In Brasile le elezioni decidono chi governa. Poi spesso arriva la magistratura a riscrivere il finale. Le urne incoronano, le manette inseguono. È una costante che attraversa ormai più di un decennio di storia politica brasiliana, trasformando il Paese in una democrazia dove i presidenti passano con inquietante frequenza dai comizi alle aule giudiziarie, dai palazzi del potere ai verbali degli investigatori. L’ultimo capitolo porta il nome di Flavio Bolsonaro. E ha tutti gli ingredienti di una spy story latinoamericana, con passaporti sequestrati, sospetti di fuga, rotte internazionali, indagini finanziarie, case di scommesse online, conti societari e un candidato sconfitto che dagli Stati Uniti si autoproclama “il vero presidente eletto del Brasile”.
La scena sembra uscita da un romanzo di Graham Greene ambientato tra Brasilia, Miami e Buenos Aires. Bolsonaro junior denuncia una presunta frode elettorale, parla di “colpo di Stato”, evoca la persecuzione politica e annuncia addirittura un’opposizione in esilio. Sullo sfondo, però, ci sono le inchieste che continuano a rincorrerlo.
Il caso di Flavio Bolsonaro
Secondo le ricostruzioni pubblicate da G1 e da altri media brasiliani, il senatore è sotto indagine per presunte irregolarità nel finanziamento del film “Dark Horse”, dedicato alla parabola politica del padre Jair Bolsonaro, e per un’inchiesta che riguarda sospette operazioni di riciclaggio collegate al mondo delle scommesse online e all’avvocato Willer Tomaz. Gli investigatori della Polizia Federale hanno messo sotto la lente rapporti societari, flussi finanziari e collegamenti con piattaforme di betting. Alcuni documenti acquisiti nell’indagine farebbero riferimento anche a una posizione di “utente master” associata a società riconducibili all’entourage dell’avvocato Tomaz. Accuse tutte respinte dagli interessati, ma sufficienti a convincere i magistrati della necessità di approfondire il caso.
Come se non bastasse, sul candidato sconfitto continua ad aleggiare il fantasma della vecchia vicenda delle “rachadinhas”, il sistema di presunti prelievi sugli stipendi degli assistenti parlamentari che lo accompagna da anni come un’ombra politica mai completamente dissolta. L’inchiesta venne archiviata dopo l’annullamento di prove considerate irregolari, senza però cancellare il peso politico di una vicenda che ancora oggi riaffiora ciclicamente nel dibattito pubblico brasiliano.
Lula, polvere e altari
Ma il caso Flavio non è un’anomalia. Si tratta quasi una tradizione di famiglia. E soprattutto è una sorta di prassi della politica brasiliana contemporanea. Prima di lui c’è stato Lula. La parabola dell’attuale presidente è probabilmente la più emblematica di tutte. Leader operaio diventato simbolo dell’ascesa sociale del Brasile, Lula è passato dall’essere l’uomo più potente del Paese a detenuto della Lava Jato. Arrestato nel 2018, ha trascorso 580 giorni in carcere per le condanne legate al caso del triplex di Guarujà e ad altre accuse di corruzione. Sembrava la fine politica definitiva. Poi la storia si è ribaltata.
Nel 2021 il Supremo Tribunale Federale ha stabilito che il tribunale di Curitiba guidato da Sergio Moro non era competente a giudicare quei procedimenti, annullando le condanne. Nello stesso periodo il Supremo ha anche riconosciuto la parzialità dell’ex giudice Moro nel processo sul triplex. Il risultato è stato clamoroso. L’uomo che aveva conosciuto la prigione è tornato eleggibile. Da detenuto è ridiventato candidato. Da candidato è tornato presidente. Un percorso che in qualunque altra democrazia occidentale apparirebbe eccezionale. In Brasile è diventato quasi normale.
Bolsonaro padre e l’accusa di golpe
E poi c’è Jair Bolsonaro. L’ex presidente che aveva costruito gran parte della propria fortuna politica denunciando la corruzione del Partito dei Lavoratori è finito a sua volta travolto dalle inchieste. Nel settembre 2025 il Supremo Tribunale Federale lo ha condannato a 27 anni e tre mesi di carcere per la cosiddetta “trama golpista”, ritenendolo responsabile del tentativo di sovvertire l’ordine democratico dopo la sconfitta elettorale del 2022. Bolsonaro avrebbe partecipato a un piano finalizzato a impedire l’insediamento di Lula e a sovvertire il risultato delle urne. Per la prima volta nella storia del Brasile un ex presidente è stato condannato per tentato colpo di Stato. Una plastica rappresentazione del paradosso brasiliano.
Un copione che si ripete
A sinistra come a destra, gli ex presidenti finiscono per raccontare la stessa storia cambiando soltanto il colore politico. Lula ha denunciato il “lawfare” e la persecuzione giudiziaria. Bolsonaro parla di vendetta delle élite e di magistratura politicizzata. Flavio utilizza le stesse parole del padre e si presenta come vittima di una macchina persecutoria. Ogni leader si considera bersaglio di un complotto. Ogni avversario considera le indagini la prova della colpevolezza. Ogni elezione si trasforma nell’anticamera di un processo. Le urne non chiudono più il confronto politico. Lo trasferiscono semplicemente in una “terra di mezzo” tra consenso popolare e sentenze, tra il verdetto degli elettori e quello dei giudici.
Alla fine resta un’immagine forte. Nelle democrazie mature le urne rappresentano il punto d’arrivo. In Brasile sono sempre più una sala d’imbarco. La destinazione, troppo spesso, è un tribunale. E, per qualcuno, perfino le manette.