Se c’è una cosa che sa fare l’Europa, è mettere fondi a disposizione di Stati, Regioni, imprese, realtà economiche e produttive. Se c’è una cosa che (non) sa fare l’Italia è approfittarne. E forse, adesso che la Manovra s’avvia a essere presentata alle Camere e considerando il clima in cui ci si ritrova tutti immersi, forse è arrivato il momento di fare qualcosa. Per velocizzare, per sburocratizzare e per far ripartire il Paese.
Semplificare per ripartire
La volontà politica che si intravede già dalle prime notizie sulla Legge di Bilancio è chiara, almeno per quanto attiene all’industria e alle imprese. L’obiettivo è rilanciare il comparto e la produttività. È una priorità assoluta. Di cui l’Italia si è fatta alfiere anche in Europa, in un momento storico che, ormai l’abbiamo capito, è delicato. Proprio sull’energia, l’impegno del governo è importante. C’è tutta la questione degli Ets, per esempio. E poi, in Manovra, è spuntato il doppio energy release. Quello destinato alle imprese energivore e quello che invece dovrà sostenere i consumi e i costi delle piccole e medie imprese. C’è un miliardo di euro a disposizione. Complessivamente saranno destinati 2,5 miliardi alle energivore e 3,53 miliardi per le Pmi non energivore. Tutto per contenere i conti della bolletta. A queste misure bisognerà aggiungere i 2,4 miliardi per la Zes unica al Sud, che viene confermata e rafforzata. Ci sono, poi, tutti gli investimenti che deriveranno dall’impegno del Mase a sostenere la transizione energetica. Per migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti e alleggerire i costi in bolletta e, nel contempo, perseguire l’obiettivo della decarbonizzazione. Investimenti importanti che derivano dagli impegni Ue e che assommerebbero a un pacchetto da ben 14 miliardi. I conti, i numeri e le misure sono lì. Bisognerà intervenire sugli ospedali, le strutture pubbliche sia sanitarie che scolastiche o universitarie. È previsto un rafforzamento della capacità fotovoltaica da 1,2 miliardi di euro per tre gigawatt aggiuntivi a cui aggiungere investimenti da 800 milioni di euro finalizzati a rafforzare gli invasi idroelettrici. Bene, benissimo. La sfida, vera, sarà tradurre tutto questo in realtà.
Quanti problemi con la burocrazia
Già, perché i problemi con la burocrazia rappresentano un must per il sistema economico e produttivo italiano. Basta tornare al dibattito di qualche settimana fa. L’ultima, ma solo in senso cronologico, riguarda i 4mila progetti per le rinnovabili che restano parcheggiati nei cassetti della burocrazia italiana. Secondo i numeri di Legambiente, ci sono ancora 1.234 progetti che rimangono bloccati solo al Ministero. In pratica si tratterebbe di poco meno del 70% del totale. È un vero e proprio ingorgo che, al di là dei livelli centrali, si riverbera su tutta la filiera istituzionale. Perché ogni Regione ha la sua legislazione, perché non tutti gli enti hanno personale che possa coprire e dare una risposta in tempi celeri. Perché ogni ente può sollevare obiezioni. Così non si va da nessuna parte. Ed è anche per questo che, dunque, già da giorni si riflette in sede istituzionale a come bypassare un problema che sta diventando serio.
L’energia è solo la punta dell’iceberg
Sull’energia, certamente, tutto ciò ha un peso di gran lunga superiore considerando lo stato d’emergenza che, a causa di Hormuz, dei prezzi del gas e del petrolio e di una miopia che induce l’Europa adesso a correre (a perdifiato) per tentare di recuperare il tempo perduto. Non sono più voci ma ipotesi di studio che interessano anche al governo. Che difatti starebbe pensando a come trovare una soluzione al collo di bottiglia. Ma ciò vale anche per tanti, tantissimi, altri ambiti. Ecco, il dibattito per la Manovra potrebbe servire proprio a questo. A sbloccare il Paese, a trovare soluzioni a problemi certi. Non si possono pretendere dalle imprese, specialmente le più piccole, decine e decine di adempimenti burocratici e amministrativi. Basterebbe, per dire coinvolgere enti terzi, magari le Camere di Commercio quando c’è da presentare certificazioni di sorta come studi di settore e documenti simili, per sbloccare tantissime procedure che restano incagliate nei cassetti. E di cui l’energia rappresenta solo la punta dell’iceberg. Sarebbe l’uovo di Colombo. E che, con poca spesa, potrebbe valere – nei fatti – tantissimo se è vero, come denuncia la Cgia di Mestre, che la burocrazia italiana “costa” ogni anno qualcosa come 80 miliardi di euro alle Pmi.