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Salute

Tumori ginecologici, nel mondo 3,5 milioni di donne colpite

Ovaio, utero, cervice, vulva e vagina: neoplasie diverse per caratteristiche e trattamento

di Angelina De Santis -


I tumori ginecologici rappresentano una sfida sanitaria globale. La malattia interessa 3,5 milioni di donne nel mondo, secondo Acto Italia – Alleanza contro il Tumore Ovarico, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità registra 1,4 milioni di nuovi casi l’anno. Le proiezioni del Global Cancer Observatory indicano che entro il 2050 le nuove diagnosi potrebbero superare i 2 milioni. In Italia sono 230 mila le donne colpite, con circa 18 mila nuovi casi annuali. È questo lo scenario nel quale si inserisce il World GO Day, Giornata mondiale dell’oncologia ginecologica in programma il 20 settembre. Promossa da ESGO ed ENGAGe, l’iniziativa punta ad accrescere informazione e consapevolezza. Il tema 2026, “Support Not Stigma”, richiama l’attenzione su stigma, tabù e sostegno alle pazienti.

«I tumori ginecologici comprendono una complessa famiglia di neoplasie che include il tumore ovarico, quello uterino o endometriale, della cervice uterina, della vagina e della vulva, oltre ad altre forme rare», spiega Marco Grassi, ginecologo di Ascoli Piceno.

Tumore dell’ovaio ed endometrio, i segnali da non sottovalutare

Tra le forme più aggressive figura il tumore dell’ovaio, che può manifestarsi con gonfiore persistente, nausea, sazietà precoce, fastidio pelvico, disturbi urinari, stipsi, stanchezza e dolore durante i rapporti. «L’origine non è ancora nota», chiarisce Grassi. Età, familiarità, alcune mutazioni genetiche, terapia ormonale sostitutiva, sovrappeso e assenza di figli possono aumentare il rischio. In Italia si registrano 5.423 nuovi casi, con una sopravvivenza netta a cinque anni del 43%. I trattamenti più comuni sono chirurgia e chemioterapia.

Il tumore dell’endometrio è tra i più frequenti ed è l’unica neoplasia ginecologica con incidenza e mortalità in aumento. Nel 2024 in Italia sono stati stimati 8.652 nuovi casi, pari al 5,5% dei tumori femminili. La sopravvivenza netta a cinque anni raggiunge il 79% e 133.300 donne vivono dopo una diagnosi. Il principale segnale è il sanguinamento uterino anomalo, grazie al quale circa l’80% dei tumori viene diagnosticato quando la lesione è ancora confinata all’utero. Tra i fattori di rischio figurano nulliparità, menopausa tardiva, obesità, diabete e ipertensione. Il trattamento è chirurgico quando la malattia può essere asportata completamente, con eventuali terapie successive in base allo stadio.

Cervice, vagina e vulva: il ruolo dell’HPV nei tumori ginecologici

Per il tumore della cervice uterina il principale responsabile è l’HPV, infezione trasmessa per via sessuale. La prevenzione passa attraverso vaccinazione anti-HPV, Pap-test e HPV test. Le forme iniziali possono essere trattate chirurgicamente, mentre nei casi localmente estesi si ricorre a radioterapia e chemioterapia. Per malattia metastatica o recidive sono disponibili anche immunoterapie. In Italia si contano 2.382 nuove diagnosi, con una sopravvivenza netta a cinque anni del 68%.

Più raro è il tumore della vagina. Oltre il 70% dei casi deriva dall’estensione o diffusione di altre neoplasie e l’HPV è coinvolto in oltre la metà. Tra i fattori di rischio figurano fumo, attività sessuale precoce, partner multipli e precedenti tumori anogenitali. Il sintomo più frequente è il sanguinamento vaginale, soprattutto dopo i rapporti o la menopausa. La diagnosi avviene con biopsia e il trattamento può prevedere chirurgia o radioterapia. Il tumore della vulva rappresenta circa il 5% delle neoplasie maligne dell’apparato genitale femminile. Il segnale più comune è il prurito vulvare cronico, spesso associato a una lesione visibile. Può essere legato all’HPV oppure insorgere indipendentemente dal virus, soprattutto nelle donne anziane. Nelle fasi iniziali il trattamento è principalmente chirurgico e la sopravvivenza a cinque anni supera l’80% nelle forme localizzate.

«La prevenzione, dove disponibile, la tempestività diagnostica e la corretta informazione restano strumenti fondamentali per migliorare la prognosi delle pazienti», conclude Grassi.

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