L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Trump e l’apostolo Vance: il calcolo elettorale dietro lo scontro con il Vaticano

di Alessandro Scipioni -


Vale la pena leggere una lucidissima analisi di Filippo Facci su il Giornale. Trump e Vance non parlano al Papa, ma all’America profonda, quella dove la fede non è fatto privato bensì identità pubblica e formidabile leva politica.

Le critiche di J.D. Vance a Leone XIV – esortato a occuparsi esclusivamente di “questioni morali” e non di geopolitica o di guerra – non sono banali gaffe, ma rispondono ad un preciso obiettivo politico.

Si tratta di un messaggio diretto al cuore del vecchio establishment WASP (White anglosaxon and protestant), che evoca uno spettro che si è dissolto del tutto, quello del Vaticano che colonizza gli Stati Uniti.

Nel 1928 la candidatura di Al Smith, primo cattolico democratico alla Casa Bianca, venne abbattuta a furor di popolo grazie al terrore diffuso ad arte, secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero finiti in mano al Vaticano, nel caso di elezione di un cattolico. Volgarmente definito papista!

Oggi il Papa è americano, eppure in vaste aree del Sud e della Rust Belt la diffidenza verso l’influenza romana resta un nervo scoperto.

Vance, convertito al cattolicesimo, si trova a dover compiere un atto di fede verso il primato del governo sulla religione.

O per meglio dire, a rassicurare i protestanti che al timone resteranno loro, se dovesse fare il presidente!

Deve convincere milioni di evangelici che questo giovane cattolico venuto dalle montagne appalachiane è la naturale prosecuzione delle loro speranze millenaristiche. L’erede dell’amico protestante Donald!

È cinismo elettorale allo stato puro, una manovra che ricorda i rischi corsi da Barry Goldwater.

Nel suo libro La coscienza di un conservatore, bibbia laica di ogni repubblicano; per conquistare il Sud segregazionista, Goldwater tradì la tradizione di Lincoln liberatore degli schiavi e dei repubblicani per i diritti civili, sostenendo il dovere di delegare agli Stati la decisione sull’integrazione scolastica.

Fu un calcolo miope in quel caso. Così facendo consegnò ai democratici del Nord il vessillo dei diritti civili, dimenticando che proprio loro, per decenni, erano stati i più ambigui su quel fronte, per non spaccare il partito con i colleghi meridionali.

Persino Jesse Owens, grandissimo atleta più decorato della competizione di Berlino, essendo stato ignorato da Roosevelt, che fu l’unico atleta americano a non ricevere alla Casa Bianca per non irritare i democratici sudisti; supportò i repubblicani di Eisenhower successivamente.

Oggi Trump e Vance ripetono lo schema, aggiornato ai tempi. Coccolano l’elettorato evangelico per blindare le Midterm e preparare il terreno per il fatidico 2028.

La religione diventa un pesante grimaldello di pressione elettorale.

In un Paese che, per vincere, deve ancora saper parlare la lingua dei profeti del Sud, la fede resta un potentissimo viatico per le cariche elettive.

L’operazione però non è a rischio zero. Vance ha imboccato un sentiero particolarmente stretto. Da convertito recente deve dimostrare di essere più cattolico dei nati cattolici per portare davvero valore aggiunto e, contemporaneamente, tanto intriso di cultura protestante da accaparrarsi quella base decisiva che ancora vede nel Papa l’antico nemico.

È un gioco pericoloso, perché l’America profonda premia chi sa maneggiare i simboli religiosi, ma al contempo li lega a doppio filo a dinamiche dalle quali non è facile più smarcarsi.

Leggi anche: Vance a Papa Leone: “Stia attento quando parla di teologia”


Torna alle notizie in home