L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Trump ha combattuto il woke, ma il woke lo ha battuto alle midterm

di Eleonora Ciaffoloni -


Donald Trump ha fatto della guerra al woke una delle bandiere della sua presidenza e diciamocelo, lo ha sbandierato bene: ha trasformato la lotta all’ideologia progressista, alle politiche di inclusione e ai programmi sulla diversità in una battaglia politica e culturale.

Ha portato avanti una battaglia per far ritrovare all’America una propria identità di cui, secondo lui, aveva smarrito il senso. Poi però sono arrivate le elezioni di metà mandato e il risultato, almeno sul piano della rappresentanza, racconta una storia diversa da quella immaginata dal titolare della Casa Bianca. I democratici hanno conquistato Camera e Senato sì, ma c’è una serie di candidati che ha riscritto la geografia dei primati americani.

Il paradosso è servito su un piatto arcobaleno: mentre Trump combatteva il woke, il woke ha conquistato nuovi spazi nelle istituzioni. Ma andiamo a vedere chi ha vinto “contro” Trump. In Michigan Abdul El-Sayed, 42 anni, democratico di origini egiziane, è diventato il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Ha sconfitto il repubblicano Mike Rogers, sostenuto dal presidente, in una campagna in cui non sono mancati gli attacchi sulla sua fede e le accuse di vicinanza all’estremismo islamico, da lui respinte.

Pappas, Bottoms, Haaland, Hinojosa: la notte dei primati

El-Sayed ha costruito la propria proposta politica soprattutto attorno alla sanità pubblica, al costo della vita e alla lotta all’influenza delle grandi aziende. La sua elezione, dunque, non può essere ridotta alla sola appartenenza religiosa. Ma il dato resta: per la prima volta un musulmano siederà nella Camera alta americana.

In New Hampshire, Chris Pappas ha conquistato il seggio al Senato diventando il primo uomo apertamente gay a essere eletto nell’istituzione – un primato da precisare visto che Tammy Baldwin, senatrice lesbica, è già da anni a Capitol Hill. Pappas, esponente democratico di area centrista, ha condotto una campagna incentrata soprattutto sulla necessità di fare da argine all’amministrazione Trump.

Anche in questo caso, l’identità non fa vincere, ma dimostra la portata storica. Ma non finisce qui, perché la notte elettorale ha consegnato altri risultati destinati a entrare negli annali: Keisha Lance Bottoms sarà la prima donna afroamericana a guidare la Georgia, Deb Haaland diventerà la prima donna nativa americana eletta governatrice negli Stati Uniti. Peggy Flanagan, in Minnesota, sarà la prima donna nativa americana a entrare al Senato. In Wisconsin David Crowley sarà il primo governatore afroamericano dello Stato. In Texas Gina Hinojosa ha conquistato il governatorato diventando la prima donna ispanica a ricoprire quell’incarico. Anche alla Camera si registrano nuovi primati, con Hakeem Jeffries primo speaker afroamericano nella storia dell’istituzione.

Non è una vittoria del woke: gli elettori hanno bocciato la maggioranza

Un elenco che ribalta l’idea di un Paese – come presentato da Trump – pronto a chiudersi in un’identità unica e immutabile. Di certo, sarebbe troppo semplice leggere queste elezioni come una vittoria del woke in senso stretto. Gli americani non hanno votato necessariamente la celebrazione della diversità, né l’identità del candidato. Il Paese reale ha guardato al costo della vita, alle preoccupazioni per l’economia, alla guerra in Iran e alla gestione dell’amministrazione, che hanno pesato sul voto.

Il risultato è stato una bocciatura politica della maggioranza al Congresso e non una spinta alla battaglia culturale della sinistra. Ma quando un presidente fa del woke il bersaglio di una battaglia identitaria, il rischio di risultati come questo diventa reale. Perché la società americana continua a produrre una rappresentanza sempre più articolata, che chiede risposte ai problemi quotidiani, con conseguente scelta di candidati che fanno “eccezione”. E forse Trump ha sottovalutato tutto questo, oltre il woke: e cioè che dietro le etichette ci sono persone, percorsi politici ed elettori che non sempre si lasciano interpretare attraverso le categorie di Washington.

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