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Economia

Non solo data center, per Big Tech è l’ora delle regole

Cosa cambia ora con la sconfitta di Trump, la Silicon Valley deve cambiare postura o rassegnarsi alla fine dell'era dell'impunità?

di Giovanni Vasso -


In una nave, come quella di Trump, che affonda, i capi di Big Tech sono i primi a scappare, subito dopo gli elettori e appena prima dei biscazzieri delle criptovalute. Ieri, alla Silicon Valley, c’era un silenzio di tomba. È stato uno tsunami blu. È bastato, ai democratici, chiudere il cassetto delle scemenze woke e tornare ad ascoltare i territori. Hanno vinto ovunque. In Ohio, in Georgia. Persino in Texas. Che è tutto dire. Proprio lì, nello Stato della Lone Star, ha vinto la democratica Gina Hinojosa, che ne sarà la prima governatrice ispanica. È riuscita nell’impresa promettendo che bloccherà, in buona sostanza, i progetti dei data center. Ha proposto una moratoria, gli elettori l’hanno votata in massa. E così è successo pure in Ohio, in Georgia. E nel resto degli States dove le consultazioni locali sui temi infrastrutturali hanno restituito, alle urne, tutte lo stesso esito.

Big Tech e il nodo data center

Il guaio è che, solo da ora e fino alla fine dell’anno, ci sono in ballo investimenti da 740 miliardi di dollari. Complessivamente, però, il conto è più alto. Le cose si devono guardare in prospettiva. Ecco, secondo le stime di Jp Morgan, da qui al 2030, gli investimenti per i data center a supporto dell’intelligenza artificiale mobiliteranno risorse per cinque trilioni di dollari. Due dei quali, riferiscono gli analisti, attraverso i mercati del debito, i bond e le obbligazioni con tanto di rating. Il problema è che si tratta di progetti che, per iniziare a produrre (o quantomeno a restituire…) quattrini, hanno bisogno di essere portati fino in fondo. E questo si fa più difficile adesso che il terrore degli americani di vedersi le bollette triplicare, le case deprezzate prima e comprate poi dal magnate di turno per farci depositi di byte (che arroganza, mister Musk) ha portato i democratici a trionfare alle Midterm.

Tutto può cambiare

Tra Congresso e governatori, le condizioni per i data center si faranno sicuramente più ardue, complicate. E i mercati, perciò, hanno iniziato a voltare le spalle alle major. I titoli di Big Tech, soprattutto quelli legati all’intelligenza artificiale e quindi maggiormente bisognosi di infrastrutture affidabili, hanno iniziato a vacillare. Tesla e Space X, pronti via, hanno perso il 4%, pure Nvidia ha perduto qualcosa. Intendiamoci, nessuno fermerà del tutto i data center. Men che mai in Texas, dove verrà allestito il 25-30% dell’intera capacità di calcolo degli Stati Uniti del futuro. L’onda tech è troppo importante perché si fermi senza provocare sconquassi.

L’allergia alle regole

Il fatto è che bisognerà regolamentare il settore e i dem lo hanno promesso agli elettori. Si arriva, così, al nocciolo del problema e cioè che Big Tech, fin dagli albori, è sempre stata un (bel) po’ allergica alle regole e a chi volesse mettere dei limiti al loro strapotere economico. La storia delle major digitali è fatta di forzature, di crescite mostruose grazie a vuoti normativi, di clamorose chiusure di fronte alla politica che tendeva a sanare, con i vulnus legislativi, pure i gravi problemi che ne derivavano. È tutta colpa di Larry Irving, il “papà” della legislazione delle imprese su internet negli anni ’90, all’epoca della presidenza Usa di Bill Clinton. Fu lui a voler attenuare i vincoli antitrust, a rendere più facile (con gli sgravi fiscali) vendere in rete, a esimere le piattaforme da ogni responsabilità per i contenuti pubblicati. Ma è stato lui il primo a riconoscerlo. Quelle regole che risalgono a trent’anni fa non sono più adatte. Il problema è che, quei temi e quelle agevolazioni, che tali avrebbero dovuto essere, sono diventate, come nella migliore tradizione delle regole provvisorie che diventano dogmi intangibili, il cuore stesso del business di Zuckerberg, Bezos, Musk e degli altri paperoni del web. Il vero incubo della Silicon Valley, dunque, non è (solo) la questione dei data center.

Una promessa da mantenere

No. È che i democratici possano davvero mantenere la promessa fatta agli elettori. E cominciare, proprio dalle infrastrutture digitali, a legiferare, a normare, a sanare tutti quei vuoti che hanno consentito ai nerd del web di diventare talmente grandi da sentirsi in diritto di sfidare l’elettorato. La prospettiva pare già chiara. Anche perché da qui a un paio d’anni si voterà per le presidenziali. E i dem non sprecheranno l’occasione giusta per subissare il Gop. Lo scenario è tracciato e per Big Tech ricomincerà il rito delle sfilate al congresso, dei ricorsi sui territori, degli interrogatori sotto giuramento. Stavolta, però, le fila saranno tenute dall’altra parte politica del Congresso.

E adesso?

È chiaro, dunque che mentre la nave politica del Maga affonda, insieme al loro ultimo cavalier servente, Big Tech ha bisogno di riposizionarsi. La corsa è già iniziata. Elon Musk, che s’è esposto troppo per tornare alla base, ipotizza come interessanti i progetti di data center nello spazio. Sam Altman, il paraguru dell’intelligenza artificiale, starebbe invece pensando di riallacciare i rapporti con il partito dell’Asinello. Già gli è riuscita la capovolta di OpenAi, da ente senza scopo di lucro a società pronta a quotarsi in Borsa con un’Ipo stellare, figurarsi se gli fa paura il valzer politico. Zuckerberg tace. E non potrebbe fare diversamente. A Trump gli resteranno (forse) solo i biscazzieri delle criptovalute. Magare le sue, quelle che hanno arricchito (un po’ di più) la sua famiglia e impoverito chi ha creduto in lui. E questo gli americani non glielo hanno proprio perdonato.

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