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Cronaca

Innocente in carcere, un refuso blocca il risarcimento per 10 anni

Il caso di Treviso emblematico di una emergenza ancora troppo sottotraccia

di Angelo Vitale -

Le finestre delle celle di un carcere italiano


Innocente in carcere e fantasma per lo Stato: l’odissea del risarcimento bloccato dieci anni per un refuso. In Italia esiste un’emergenza ancora troppo silenziosa che scuote le fondamenta dello Stato di diritto, ma stenta a conquistare lo spazio che meriterebbe nel dibattito pubblico: l’ingiusta detenzione.

L’ingiusta detenzione

Nonostante l’impatto devastante sulle vite umane e sulle casse dello Stato, il tema continua a rimanere fin troppo sottotraccia.

I dati più recenti forniti dal Ministero della Giustizia tracciano un quadro emblematico. Nel 2025 le Corti d’appello hanno registrato 1.196 nuove richieste di riparazione (+3,6% rispetto al 2024). E oltre 28,6 milioni di euro liquidati per indennizzare chi ha subito la privazione della libertà da innocente. Inoltre, quasi il 20% della popolazione carceraria si trova tuttora recluso in custodia cautelare in attesa di un giudizio definitivo.

Al di là dei freddi bilanci statistici, sono i drammi umani a rivelare le falle profonde del sistema.

L’ultimo caso di cronaca

E’ paradigmatico nella sua assurda gravità. Riguarda un uomo di 53 anni che ha trascorso quasi un anno e mezzo dietro le sbarre da innocente. Nel 2016 la Corte d’appello di Venezia gli aveva riconosciuto un indennizzo pari a 109.000 euro per la grave sofferenza patita in cella.

Tuttavia, quel denaro non è mai arrivato sul suo conto: un banale errore materiale nella trascrizione del nome nei registri formali ha paralizzato la procedura di liquidazione, congelando il risarcimento per un decennio.

Per dieci lunghi anni, l’uomo è rimasto intrappolato in un limbo paradossale. Prosciolto dalla giustizia penale, ma condannato all’emarginazione dalla burocrazia.

Senza le risorse necessarie per ripartire e reinserirsi nella società, ha finito per perdere la casa, il lavoro e persino i documenti personali, finendo a vivere da clochard per le strade di Treviso.

Per un decennio intero, l’amministrazione non si è accorta che il pagamento era bloccato da un banalissimo scambio di persona unicamente cartaceo.

La svolta

E’ arrivata soltanto grazie all’intervento dei volontari dell’associazione “Avvocato di strada” di Treviso. Rianalizzando il fascicolo e ricostruendo il vizio di forma, i legali hanno presentato l’istanza di correzione materiale indispensabile per sbloccare la somma spettante.

Una “vicenda limite” che dimostra come la condanna dell’ingiusta detenzione non si esaurisca affatto con la scarcerazione. Perché continua a consumare le esistenze delle vittime tra cavilli burocratici e l’indifferenza delle istituzioni.

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