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Siamo alla frutta: «Allah è lesbica»

La trovata è costata l’arresto alla femminista marocchina Ibtissam Lachgar. La foto è stata scattata al festival londinese “Women Create!”, ma il dibattito – acceso e contraddittorio – è appena cominciato

di Andrea Fiore -


Una t-shirt, una scritta: «Allah è lesbica». Calligrafia coranica stampata bene in vista, scatto al festival femminista di Londra, post sui social, arresto. Applausi, sdegno, pioggia di hashtag. L’attivista si dichiara perseguitata. Ma vien da chiedersi: davvero perseguitata… o solo furba irresponsabile? O magari, detta con affetto, un po’ su di giri per i fumi del protagonismo?

 Blasfemia o noia creativa?

Non è questione di fede o di religione. È una questione di rispetto, senso del limite, e magari anche un po’ di originalità. La lotta al patriarcato non passa per una maglietta da mercatino alternativo. È come voler svuotare l’oceano con un secchio bucato: ti stanchi tanto, fai scena, ma concludi poco.

E diciamolo: se uno stampasse una t-shirt con su scritto «Giuseppe è il vero padre di Gesù» e la indossasse davanti al Duomo, non finirebbe su un palco, ma forse su un verbale. Ecco, cambiare la cornice cambia anche la reazione. La libertà d’espressione è sacra, ma la coerenza un po’ lo sarebbe pure.

L’apparenza è la nuova religione

Qualcuno dirà che è arte, che è provocazione, che ci vuole coraggio. Ma più che coraggio, qui si vede una gran voglia di click, visibilità, selfie indignati e interviste con filtro vintage.

In un’epoca in cui tutto deve scioccare per essere notato, offendono solo quelli che credono ancora in qualcosa. Tutti gli altri si limitano a giocare con le scritte sulle magliette.

Non difendo Allah. Difendo il rispetto. Vale per ogni Dio, ogni fede, ogni non-fede. È una questione di educazione, misura e (possibilmente) buon gusto.

Alla fine, più che un gesto rivoluzionario, quella maglietta «Allah è lesbica» sembra la brutta copia di una pubblicità Benetton anni ’90, ma senza il genio creativo. Solo la voglia di fare rumore.


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