Hormuz, un blocco globale: cronaca, numeri e rischi
La giornata di ieri, con l’attacco alla Safeen Prestige, segna uno spartiacque nella storia della logistica marittima
(Fonte: YouTube)
Come un “infarto”, il blocco dello Stretto di Hormuz: cronaca, numeri e rischi di un ingorgo globale. La giornata di ieri segna uno spartiacque nella storia della logistica marittima. L’attacco alla Safeen Prestige, una portacontainer da 1.740 container battente bandiera maltese, ha trasformato lo Stretto di Hormuz da un punto di transito critico a una “zona rossa” invalicabile, determinando il collasso del traffico navale in una delle arterie più vitali del pianeta.
L’attacco alla Safeen Prestige
Mentre navigava a circa 2 miglia nautiche a nord delle coste dell’Oman, in rotta da Dubai verso Jeddah, la Safeen Prestige è stata colpita da un missile poco sopra la linea di galleggiamento. L’impatto ha innescato un violento incendio nella sala macchine, rendendo la nave ingovernabile. I 24 membri dell’equipaggio sono stati costretti all’abbandono della nave, tratti in salvo dalla Marina di Mascate.
Non è stato un incidente isolato, ma il culmine di un’escalation iniziata il 28 febbraio con lo scoppio delle ostilità tra l’asse Usa-Israele e l’Iran. Per la prima volta, però, l’obiettivo non è stata una petroliera, ma una nave portacontainer. Un segnale chiaro della volontà di colpire non solo l’energia, ma l’intera catena del valore delle merci.
I numeri del blocco: mezzo milione di container in ostaggio
La situazione attuale descrive un vero e proprio “congelamento” logistico. Le stime più aggiornate indicano una massa critica di merci bloccata senza precedenti:
Il carico. Quasi 500mila container attualmente fermi. Si tratta di una cifra enorme che include prodotti elettronici, componenti auto, macchinari industriali. E circa 30mila container refrigerati carichi di prodotti alimentari deperibili, il cui valore rischia di azzerarsi in meno di due settimane.
La flotta ferma. Sono circa 3mila le navi di ogni tipo (petroliere, gasiere e portacontainer) rimaste intrappolate nel Golfo Persico o ancorate in attesa all’esterno dello Stretto. Questo cluster rappresenta il 4% del tonnellaggio mondiale.
Il crollo dei transiti.Nelle ultime 48 ore, l’accesso allo Stretto ha registrato un calo del 94%. Le uniche unità in movimento sono quelle sotto stretta scorta militare o imbarcazioni locali iraniane.
Dove sono le navi?
La flotta mondiale si è spezzata in due tronconi. Il primo, dentro il Golfo. Le navi che avevano già caricato nei porti di Jebel Ali negli Emirati, Kuwait o Bahrain sono bloccate nei bacini portuali o in zone di attesa protette, impossibilitate a uscire per il rischio di sequestri o attacchi missilistici.
Il secondo, fuori dallo Stretto. Le unità dirette verso il Golfo si sono ammassate nei cosiddetti “safe anchorages” di Fujairah negli Emirati e Salalah in Oman. Qui, iniziato un frenetico lavoro di transshipment. Le grandi navi scaricano i container a terra sperando di poterli muovere in futuro con navi più piccole, le feeder. O di dirottarli via terra attraverso la penisola arabica, un’opzione però lenta e costosa.
Il fattore economico: assicurazioni e “war risk”
Il mercato assicurativo ha reagito con una violenza proporzionale al rischio provocato dal blocco di Hormuz. I premi per il rischio di guerra (War Risk Premium) sono schizzati del 1.000%. Un esempio: il costo per assicurare una singola nave per un solo passaggio settimanale è passato da 50mila a oltre 500mila dollari. Questo costo aggiuntivo, unito all’incertezza, ha spinto i colossi dello shipping come Msc e Cma Cgm a sospendere totalmente le prenotazioni per l’area, preferendo il lungo periplo dell’Africa via Capo di Buona Speranza per le rotte Asia-Europa.
Perché questo scenario è diverso dai precedenti?
A differenza delle crisi del passato, il blocco di Hormuz nel 2026 colpisce una supply chain già tesa. Il blocco non riguarda solo il greggio, ma i polimeri e i prodotti petrolchimici essenziali per le industrie europee che partono dai porti sauditi e degli Emirati. Senza queste materie prime, la produzione industriale in diversi settori (dalla plastica alla farmaceutica) rischia lo stop entro un mese.
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