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Cronaca

Lo scandalo degli esplosivi dual use nei porti italiani

A bordo di un traghetto, nel porto di Ancona, il sequestro di 10 milioni di detonatori e 314mila munizioni con l'etichetta "merce varia"

di Dave Hill Cirio -


L’Italia, una “polveriera” da molti trascurata: lo scandalo degli esplosivi dual use nei porti. Un traghetto di linea. Centinaia di passeggeri, famiglie in vacanza, camionisti stanchi che riposano nelle cabine mentre la nave fende le acque dell’Adriatico verso la Grecia. Sottocoperta, nel ventre d’acciaio del garage, un tir apparentemente innocuo nasconde un segreto capace di polverizzare l’intera imbarcazione.

“Polveriera Italia”: lo scandalo continuo dei dual use

Non è la trama di un thriller geopolitico, ma la realtà “fotografata” dall’operazione Clean Shot. La Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno sequestrato nel porto di Ancona un carico imponente: 10 milioni di detonatori e 314mila munizioni. La merce era stata dichiarata come “varia”, un termine burocratico che serve a mascherare il traffico illegale.

I detonatori sono componenti ad altissima sensibilità, dicono gli investigatori. Un urto violento, una scintilla o forse un aumento della temperatura nel garage del traghetto avrebbero innescato un’esplosione.

Una vicenda “oscurata”

La destinazione dichiarata era Cipro, via Grecia. Ma dove sarebbero finiti realmente quegli inneschi? La domanda apre uno squarcio inquietante sui traffici dual use. Beni questa volta nati per scopi civili (scavi minerari, edilizia), che però possono essere convertiti in strumenti di morte nei teatri di guerra. Ancona, per la sua posizione strategica come porta verso i Balcani, un nuovo nervo scoperto della sicurezza nazionale.

Su questa vicenda, come in altri recenti episodi – L’identità lo ha scritto anche a proposito del sequestro di un carico di materie prime in arrivo dalla Russia a Brindisi per un gruppo industriale friulano – poco clamore mediatico, nessun alert della politica, lo stretto riserbo di magistrati e investigatori pure sulle due società italiane produttrici di detonatori e munizioni. Sulla carta, aziende che potrebbero essere perfino all’oscuro dei “magheggi” fatti con le certificazioni di questo carico, per triangolarlo verso altri Paesi.

Una catena di episodi

Il sequestro di Ancona, non un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di un mosaico molto più ampio e preoccupante. Solo poche settimane fa, un’inchiesta di Altreconomia ha scoperchiato un sistema di esportazioni massicce di esplosivi dai porti di La Spezia e di Cagliari.

Nel corso dell’ultimo anno, oltre 3.400 tonnellate di esplosivi ad altissimo potenziale transitate in questi scali. Il porto di La Spezia, terminal preferito per i carichi di classe 1.1D, il materiale a più alto rischio di esplosione. Siamo, quindi, il Paese dove la politica discute di sicurezza urbana mentre migliaia di tonnellate di esplosivi viaggiano a pochi metri dai centri abitati e dai passeggeri dei traghetti civili. In Sardegna, una situazione ancora più tesa.

Lo stabilimento della RWM Italia a Domusnovas, nonostante le storiche battaglie dei comitati pacifisti e le sentenze del Consiglio di Stato, ha recentemente ottenuto una “sanatoria ambientale” che permette l’ampliamento della produzione. Da qui, i carichi partono regolarmente per rifornire zone di conflitto.

Il labirinto dei traffici

In questo quadro, il labirinto del dual use. Il cuore del problema, nella classificazione di questi beni. Un aggiornamento Ue ha introdotto controlli più severi su tecnologie quantistiche e semiconduttori, ma per gli esplosivi la maglia resta larga. Carichi spesso “spacchettati” o dichiarati per uso civile, sfruttando le pieghe di una burocrazia doganale che fatica a stare al passo con la velocità dei flussi globali.

La Relazione Dogane e Monopoli del 2025, presentata al Parlamento, parla chiaro: il valore delle autorizzazioni per l’esportazione di materiali d’armamento ha superato gli 8,4 miliardi di euro, con un incremento del 35% rispetto all’anno precedente. Una parte consistente di questo volume d’affari sfugge ai radar perché etichettata, appunto, come “duplice uso”.

Il porto di Ancona, come quelli di La Spezia e Cagliari, non è solo uno snodo commerciale. Diventa una frontiera. Se non morale, almeno del senso comune delle cose. Il sequestro Clean Shot dimostra che la sorveglianza funziona, ma solleva anche una questione di fondo. Quanti carichi simili riescono a passare? Se 10 milioni di detonatori possono essere caricati su una nave passeggeri con una falsa bolla d’accompagnamento, quanto è sicuro il nostro sistema di trasporti marittimi?

Le indiscrezioni puntano al distretto di Bologna

Una storia che travalica il sequestro. L’operazione record di Ancona, un ennesimo campanello d’allarme di un sistema di traffici che utilizza le rotte civili come scudo per la propria indisturbata operatività. L’immagine di un’Italia che è, allo stesso tempo – in un segmento non trascurabile della sua economia -, fabbrica, deposito e corridoio per i conflitti globali.

Non semplicemente incidentali, in proposito, indiscrezioni non verificate che collegano il carico sequestrato ad Ancona all’eccellenza storica di aziende del polo bolognese. Imprese, con il fatturato annuo di milioni di euro, che da anni sono leader nel settore degli esplosivi civili e militari e realtà specializzate nella produzione di detonatori.

Intanto, mentre le autorità continuano ad indagare sulla rete criminale che ha tentato l’invio del carico verso Cipro, resta il dato politico e sociale. La sicurezza dei cittadini e la trasparenza dei traffici internazionali sacrificate sull’altare del profitto e della semplificazione doganale.


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