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Politica

Ddl Sicurezza, oltre la polemica: quando la legalità diventa l’unica vera garanzia di libertà

il senatore Silvestro rivendica l’ordine pubblico, mentre il magistrato Bobbio smonta l’opposizione dei legali sul tema dei rimpatri e del mandato

di Anna Tortora -

Licia Ronzulli, Forza Italia e vicepresidente del Senato (D) discute con Francesco Boccia (S) Partito Democratico durante l’avvio della discussione sul decreto sicurezza, Senato, Roma 15 aprile 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI


Lo Stato riprende il suo spazio: tra presidio del territorio e realtà normativa

Il via libera del Senato al Ddl Sicurezza segna un punto di svolta nel dibattito nazionale, riportando al centro dell’agenda politica il tema della protezione dei territori. A definire il perimetro politico dell’intervento è il senatore di Forza Italia, Francesco Silvestro, che ha accolto con favore il voto dell’aula:
“Con il via libera del Senato al decreto Sicurezza compiamo un passo avanti importante per contrastare criminalità, violenza, degrado urbano e tutte quelle situazioni che alimentano insicurezza nei nostri territori.”

Tuttavia, proprio mentre la maggioranza rivendica questo “passo avanti”, si è sollevato un polverone giuridico riguardante il ruolo degli avvocati nelle procedure di rimpatrio. Su questo punto è intervenuto Luigi Bobbio, magistrato e già senatore, con una riflessione tanto chiara
da smontare il “caso” mediatico.

Bobbio sceglie la via della schiettezza tecnica per rispondere a quelli che definisce gli “indignatissimih” sostenitori della funzione sacra dell’avvocatura:
“Vorrei sommessamente far notare […] che l’emendamento al Dl Sicurezza in tema di partecipazione del rappresentante legale in forza di mandato (istituto quest’ultimo, del codice civile) al percorso di rimpatrio, non c’entra un accidenti con la funzione difensiva dell’Avvocatura nel processo.”

Il magistrato articola la sua analisi su due pilastri fondamentali: in primis, la natura amministrativa (e non processuale) del rimpatrio, che rende improprio parlare di “infedeli patrocini” in un contesto che somiglia più a una mediazione attiva. In secondo luogo, Bobbio evidenzia come la norma parli genericamente di “rappresentanti legali in forza di mandato”, una categoria civilistica che non coincide necessariamente ed esclusivamente con la figura dell’avvocato. La sua chiosa è una sferzata alla coerenza politica: “Che poi l’indignazioneh venga anche da avvocati che si sono battuti per il no al referendum, beh fa parecchio ridere. Ergo, prima di indignarmi, ci rifletterei un poco di più.”

Fermezza e responsabilità per una nuova stagione di libertà

Il messaggio che emerge da questo incrocio di dichiarazioni è chiaro: questo decreto va nella direzione giusta, ma ora la sfida si sposta sul piano della realtà. Affinché le nuove norme non restino sulla carta, è indispensabile garantire un’applicazione rigorosa e una presenza costante dello Stato sul territorio, intesa non come controllo oppressivo, ma come presidio di prossimità.

Accanto alla necessaria fermezza, devono però camminare prevenzione e responsabilità. Il cuore della questione è etico prima che normativo: senza legalità non c’è libertà, né sviluppo. Solo ripristinando un perimetro di regole certe, rispettate da tutti e non ostacolate da equivoci tecnici o ideologici, sarà possibile restituire ai cittadini la sicurezza necessaria per vivere e investire nei propri territori. La legalità, in fondo, è l’unico vero motore capace di generare libertà reale.

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