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Politica

Lega al bivio del Nord. L’illusione del Viminale e la fatica di pensare

di Alessandro Scipioni -


La Lega si trova di fronte a due strade opposte; così c’è chi punta sulla facile opzione comunicativa contro la scommessa complessa dei territori.

Il tempo dell’inerzia si è consumato. Per anni, la leadership di Matteo Salvini è avanzata grazie a una piccola rendita sui vecchi trionfi, mentre una classe dirigente radicata, solida e strutturata nei decenni si rifiutava paradossalmente di aprire un dibattito interno, procrastinando l’inevitabile fino a quando non è arrivata la crisi.

La campanella della ricreazione è suonata!

La Lega si trova a un bivio identitario e strategico che non ammette ulteriori indugi. Da una parte, la reazione immediata, istintiva e superficiale; dall’altra, la via nobile della ricostruzione intellettuale.

La prima strada, la più accessibile e politicamente meno dispendiosa nel breve periodo, coincide con l’ipotesi che agita i corridoi dei palazzi romani: giocare il tutto per tutto per rimandare Salvini al Viminale.

Sarebbe la soluzione che richiede la minore fatica in termini di rielaborazione e contenuti; un’opzione che offre una via d’uscita elegante all’imbarazzo di dover mettere, nei fatti, il Segretario in panchina o, peggio, in tribuna.

Però sostituire la guida di un ministero cruciale e istituzionalmente delicato come l’Interno è un passaggio politicamente e amministrativamente complesso, perché porterebbe a mettere in discussione, per forza di cose, anche altri equilibri nel governo.

Per via Bellerio rappresenterebbe una risposta rapida. L’illusione, nemmeno troppo nascosta, è quella di restituire centralità mediatica alla figura del leader, nel tentativo disperato di riprendere quota e recuperare centralità istituzionale.

Ma qui la tattica da caffè si scontra con la realtà. Sarà davvero capace Salvini, in una manciata di mesi, di riaccreditarsi presso un elettorato profondamente mutato?

Le leggi della comunicazione sanno essere spietate. Quando un’immagine pubblica è logorata, la vecchia magia non si vende più. Si rischia l’effetto nostalgia o, peggio, l’indifferenza. E nel migliore dei casi ci vuole un lungo periodo per recuperare indici di gradimento considerevoli. Ed in tutto questo tale operazione sarebbe del tutto inutile se Salvini non riuscisse a contenere la crescita di Vannacci, tanto da renderlo ininfluente e permettere al centrodestra di poter fare a meno di lui. Ma con i numeri attuali questo è già utopico.

Ma possibile che una classe dirigente così ben strutturata e storicamente solida di amministratori capaci non studi un’azione più incisiva?

Cosa teme? La scissione?

Il primo a non avere una convenienza del genere sarebbe proprio Salvini, che resterebbe politicamente isolato se i governatori facessero muro contro di lui.

La via del Viminale, inoltre, non sfiora nemmeno le tematiche profonde della crisi del partito. È un trucco scenico che prova ad arginare l’onda lunga del generale Vannacci, senza comprendere che quell’area a destra è già ampiamente coperta e satura.Rincorrere è equivalente a condannarsi alla subalternità.

Esiste una strada più faticosa ma dalle grandi prospettive.La Lega potrebbe aprire una riflessione profonda e tornare a essere un sindacato del territorio, mettendo al centro della propria analisi la riscoperta della questione settentrionale.

È la seconda strada, quella invocata, con crescente insofferenza, dai governatori e dagli amministratori locali.

Un bacino d’interesse macro-regionale, esteso, che non significa affatto riesumare anacronistici secessionismi o folklore padano, ma riscoprire esattamente ciò che ha reso la Lega una forza egemone e profonda della storia repubblicana.

Morto Umberto Bossi, la Lega non può più tenere sepolte le suei dee; le ragioni storiche che ne hanno alimentato il successo. Idee che sono vive, pulsanti, e che attendono solo di essere tradotte nella contemporaneità per ridare una collocazione e un’anima al movimento.

È la via più complessa, ma è anche quella più naturale, che aprirebbe nuove praterie di consenso sia al movimento sia al centrodestra.

Richiede la fatica di una nuova elaborazione intellettuale, ma può attingere a un’importante tradizione. Necessita dello sforzo di rimettere al centro i corpi intermedi e di abbandonare il partito leggero dei selfie e del gradimento volatile del leader, per tornare a essere una struttura solida, pesante, pensante.

Del resto, è stata proprio la strutturazione del Carroccio a permettergli di mantenere uno zoccolo duro di consenso anche nella tempesta.

La Lega possiede una classe di amministratori di primo livello, capaci di governare regioni e comuni complessi.

È da lì che deve ripartire il progetto politico!

La vera partita per l’intero centrodestra si gioca proprio nella massimizzazione del consenso in questo perimetro. È la galassia dimenticata delle partite IVA, della piccola e media industria che soffre i mutamenti globali, di quell’antipolitica sana che non nasce dal rancore ideologico, ma dal profondo disagio verso una burocrazia asfissiante, pesante e centralizzata.

È un elettorato concreto, che chiede risposte infrastrutturali, autonomia reale, efficienza, una forte riduzione della pressione fiscale. È quell’elettorato al quale sanno parlare benissimo Zaia, Fedriga e Fontana.

Scegliere la via del territorio è faticoso, ma è l’unica reale prospettiva a lungo raggio.

Chi scrive è fermamente convinto che l’ascesa di figure terze e radicali non possa essere frenata dal semplice rispolvero momentaneo di un salvinismo ormai superato.

Un argine fragile potrebbe limitare momentaneamente i danni, ma lascerebbe intatti, e ancora più incancreniti, i problemi strutturali della Lega; voltare le spalle ai problemi è il modo migliore persi travolgere da loro.

In politica non si deve ignorare la realtà, solo ritornando alle sue radici produttive e territoriali, la Lega potrà sperare di ritrovare quel senso che le dia la prospettiva di un futuro dinamico.

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