L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

L’impatto della proposta di riforma elettorale sui partiti

di Giuseppe Ariola -


Una settimana di confronto serrato, segnata da divisioni profonde tra maggioranza e opposizione ma anche da frizioni interne agli stessi schieramenti. In Commissione Affari costituzionali della Camera è entrato nel vivo l’esame della proposta di riforma elettorale presentata dal centrodestra, un testo che già prima dell’approdo in Aula ha fatto emergere divergenze, contrapposizioni e non poche riflessioni. Uno dei punti di maggiore lontananza tra centrodestra e centrosinistra riguarda l’obbligo di indicare il candidato premier al momento della presentazione delle liste. Un requisito essenziale per la partecipazione alla competizione elettorale: la mancata indicazione comporterebbe infatti l’esclusione delle liste stesse. Una norma che la maggioranza considera funzionale a garantire chiarezza nei confronti degli elettori e a rafforzare il principio dell’investitura popolare del capo del governo.

I prpblemi del centrosinistra

Le opposizioni lo giudicano però un elemento di forte compressione delle prerogative del Presidente della Repubblica. Questo dal punto di vista istituzionale. Da quello politico, invece, la criticità maggiore per il centrosinistra è quella di arrivare alle elezioni dopo aver individuato un proprio leader. E che la scelta passi attraverso le primarie o meno, cambia poco. La questione infiamma i partiti di opposizione e in particolare Elly Schlein e Giuseppe Conte, che puntano entrambi alla leadership della coalizione e, dunque, in caso di vittoria alle elezioni, a sedersi a Palazzo Chigi. E se possibile, la questione è ancora più complessa di così. Perché, tra l’area riformista e moderata del Pd e tra i partiti centristi dell’opposizione, non manca chi più di un leader vorrebbe un federatore del centrosinistra. Una figura che vedrebbe tagliati fuori dalla partita sia la segretaria del Pd che il presidente del Movimento 5 Stelle.

Il tema delle alleanze

Un simile profilo sarebbe infatti da individuare oltre i confini del campo progressista, ammesso che si arrivi davvero a un allargamento delle alleanze. Da questo specifico punto di vista il centrodestra, invece, non ha problemi, essendo la leadership della coalizione pacificamente in capo a Giorgia Meloni. E’ piuttosto l’eventualità di allargare gli schieramenti con l’obiettivo di raggiungere il 42% dei consensi, necessario a far scattare il premio di maggioranza secondo l’impianto della nuova legge elettorale, a impensierire sia la maggioranza che l’opposizione. La soglia pensata per garantire la governabilità è significativa. Proprio per questo motivo il tema delle alleanze assume un peso decisivo: ogni punto percentuale può risultare determinante per raggiungere o meno il traguardo necessario all’assegnazione del premio.

La proposta di riforma elettorale e il rischio pareggio

E se nel centrosinistra, anche relativamente a questo aspetto, tengono banco le beghe relative a chi includere nella coalizione, il centrodestra si è invece trovato a gestire il caso Vannacci. Futuro nazionale continua a volare alto nei sondaggi ma si pone su una linea di incompatibilità con i partiti di maggioranza. Se il nuovo sistema punta a favorire la formazione di coalizioni ampie e competitive, il rischio è, quindi, che l’esclusione di alcuni soggetti politici dalle alleanze possano produrre l’effetto opposto. L’isolamento di determinate forze potrebbe infatti impedire il raggiungimento del premio di maggioranza, aprendo la strada a una situazione di sostanziale pareggio. In uno scenario del genere, sarebbero proprio i partiti rimasti fuori dalle coalizioni a diventare determinanti per la nascita di un governo.


Torna alle notizie in home