La Murgia è nel Pantheon dei dogmi, criticarla è eresia
Michele Mari tra Teresa Ciabatti (S) e Michela Murgia (D). ANSA
Michele Mari al Premio Strega ha scoperchiato il vaso di Pandora di un tabù culturale ormai degenerato in patologia. L’assoluta inviolabilità delle sacre icone della vulgata progressista. Liquidiamo subito la scivolata di stile sull’aspetto fisico, che rimane una caduta di stile, per concentrarci sul vero punto politico ed intellettuale della vicenda. Il vero nodo è un altro, ed è ora di dirlo senza troppi giri di parole. Michela Murgia era una figura sistematicamente mossa dal rancore.
Nessuno nega un certo talento della scrittrice. Il problema sorge quando quel talento viene deliberatamente accecato da una furia ideologica conseguente al conformismo più rigido. La sua parabola è stata un esercizio costante di aggressività verbale, parole di rabbia che generavano divisioni. Che questa rabbia affondasse le radici nel vissuto personale o in una sete di riscatto, poco importa ai fini del dibattito pubblico. Il livore non può essere consacrato come superiorità morale. Murgia non cercava il dialogo, aizzava il conflitto, non univa, bensì divideva.
A difesa si è schierato subito, sarebbe parso strano il contrario, Corrado Augias, con quel suo tipico piglio elitario e da custode esclusivo della verità assoluta che da sempre caratterizza una certa intelligenza. Sorge allora una domanda spontanea di fronte alla solita, decantata ed esaltata superiorità morale di cui Gli intellettuali mainstream si fanno scudo. Augias, oggi così solerte nel blindare la memoria della Murgia, in coscienza sua ha sempre portato avanti l’idea di giudicare il valore dell’opera e non dell’autore?
Se eventualmente un grande autore fosse di destra la sua opera verrebbe valutata equamente a prescindere dalle sue convinzioni? Oppure succederebbe quello che è accaduto a Jorge Luis Borges, sul quale pesò sempre un veto ideologico per l’assegnazione di un Nobel che avrebbe meritato?
Chiedere oggi l’epurazione di Michele Mari per un’opinione espressa in privato, con la benedizione dei custodi del politicamente corretto, non è solo un atto di isteria collettiva; è il sintomo di un regime culturale ipocrita, dove è permesso profanare tutto tranne i simboli della vulgata dominante.
In un mondo libero l’opera va separata dall’autore, ed è sacrosanto mantenere il massimo rispetto umano per chi non c’è più, per carità di Dio. Ma questo rispetto non può trasformarsi in un salvacondotto per l’eternità, né in una cortina di ferro dietro cui nascondere la verità storica. Altrimenti quella pietas, avrebbe dovuto essere applicata anche a tanti altri scomparsi.
Se la critica a una figura pubblica viene bandita e bollata come reato di lesa maestà, non siamo più nel perimetro della cultura, ma in quello della censura pura e semplice. In democrazia le icone si discutono, non si venerano, e se si accetta il principio per cui certi personaggi sono insindacabili, allora abbiamo smesso di fare informazione e abbiamo iniziato a obbedire a un asfissiante conformismo di regime.
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