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Giustizia

Caso Incecchi-Bruno: assolti perché “il fatto non sussiste” ma condannati a pagare 2,2 milioni

di Eleonora Ciaffoloni -


Una vicenda che dura da quattordici anni e mezzo e che, nonostante sia finita dal punto di vista penale, continua a interessare il destino personale di due individui. Parliamo di Alessandro Incecchi e Rosa Loredana Bruno, due imprenditori pubblicitari, che si ritrovano oggi ad essere condannati a risarcire un danno per un reato che non hanno commesso. Perché i due sono stati assolti irrevocabilmente dal giudice penale perché “il fatto non sussiste”. Ma la Corte dei conti li ha condannati a risarcire il danno per una cifra enorme: oltre due milioni di euro.

Il caso Incecchi-Bruno: dal 2012 a oggi

Tutto inizia nel 2012, quando viene indetta una gara pubblica dal Ministero dell’Agricoltura per una campagna di comunicazione europea che i due si aggiudicarono regolarmente con una società di pubblicità. La campagna viene realizzata e le attività vengono verificate dall’Amministrazione attraverso i verbali di conformità. Tuttavia, il pm romano Stefano Rocco Fava ipotizza una truffa ai danni dello Stato legata alla campagna (“Il pesce italiano parla”) e ottiene, dopo un primo diniego del gip, l’arresto dei due manager.

Secondo l’accusa, la commessa non sarebbe stata eseguita, ma il processo dimostrerà invece che tutte le attività previste erano state regolarmente realizzate. Nel frattempo, però, i due imprenditori affrontano pesanti conseguenze. La società viene interdetta e di fatto fallisce, i dipendenti perdono il lavoro, conti e immobili vengono sequestrati. E i due finiscono agli arresti domiciliari, con un anno di obbligo di firma. Secondo il loro legale, Fabio Viglione, non poterono nemmeno chiarire subito la propria posizione perché l’interrogatorio di garanzia non venne mai svolto.

Solo nel maggio 2023, dieci anni dopo, i due vengono ascoltati da un giudice. A quel punto, documenti e testimonianze avevano già smontato l’impianto accusatorio. Lo stesso pm chiede l’assoluzione e il tribunale li assolve. E così, dopo il passaggio al tribunale civile – che accerta la corretta esecuzione del contratto e riconosce il diritto della società a ottenere il pagamento delle prestazioni – e dopo la sentenza di assoluzione del Tribunale penale di Roma, resta “il danno”.

La sentenza della Corte dei conti

Perché rimane efficace la sentenza della Corte dei conti che, per gli stessi fatti, ritiene sussistente un danno erariale (da 2,2 milioni di euro) e ne dispone il recupero. Ora i due imprenditori rischiano di perdere tutto il patrimonio. Perché la Corte d’Appello di Roma dovrà decidere se sospendere l’esecuzione della sentenza oppure consentire che vengano immediatamente pignorati e venduti i beni dei due imprenditori.

Una scelta tutt’altro che formale. Perché da essa dipende la possibilità, per Incecchi e Bruno, di conservare il proprio patrimonio fino alla conclusione del giudizio. Oppure di subire un’esecuzione che rischia di travolgerli economicamente.

Oltre la vicenda Incecchi-Bruno

La vicenda, però, va oltre il destino dei due. Dopo essere stati assolti in via definitiva si trovano a fronteggiare un cortocircuito che ha spinto i due a scrivere anche al Presidente della Repubblica. Chiedono come possa un cittadino sentirsi realmente tutelato quando, pur riconosciuto innocente dalla giustizia penale, resta esposto a pesanti conseguenze sul piano contabile. La risposta arriverà con i prossimi passaggi giudiziari. Ma il caso è il simbolo di un tema più ampio, quello del rapporto tra giurisdizioni e della coerenza dell’ordinamento. Con inevitabili riflessi sulla fiducia dei cittadini nella giustizia.


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