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Esteri

La variabile Riad e la rete di alleanze nella partita Iran-Usa

Una nuova fase di escalation in Medioriente

di Ernesto Ferrante -


L’escalation tra Iran e Stati Uniti, già segnata da attacchi missilistici, droni e raid incrociati, ha compiuto un salto di scala con il coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita. Un passaggio che modifica la natura stessa della crisi, non più un duello tra Washington e Teheran, ma un conflitto che ingloba attori regionali e potenze globali, con un potenziale destabilizzante molto più ampio.

Cosa può comportare il coinvolgimento dell’Arabia Saudita

Il nuovo protagonismo saudita va letto dentro una rete di alleanze che rende il quadro particolarmente complesso. Riad è legata alla Cina da un partenariato strategico che intreccia energia, investimenti e sicurezza. Con il Pakistan mantiene invece un accordo di mutua difesa che, nei fatti, crea un asse militare permanente. Non è un dettaglio. Pechino e Islamabad da mesi tentano di mediare tra Iran e Stati Uniti, la prima con discrezione, la seconda con iniziative più esplicite. L’ingresso saudita nelle ostilità aggiunge interessi divergenti e nuove linee di frattura.

Continua lo scambio di colpi e minacce tra Teheran e Washington

Il contesto è già incandescente. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana ha rivendicato l’attacco missilistico contro una base americana in Giordania e il sequestro di tre petroliere nello Stretto di Hormuz, mentre Washington ha risposto con raid coordinati con Baghdad e con Riad, colpendo milizie filo-iraniane in Iraq. Il presidente statunitense Donald Trump ha promesso di “colpire duramente l’Iran”, pur lasciando aperta la porta alla diplomazia. Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz è diventato un simbolo della contesa. Gli iraniani rivendicano il controllo totale dello Stretto, respingono proposte di gestione congiunta e avvertono che gli “ordini illegali” degli Stati Uniti non resteranno senza risposta.

Perché Riad ha rotto gli indugi

In questo scenario, la decisione saudita di affiancare gli Usa nei bombardamenti è un segnale politico di grande peso. Per cinque mesi la monarchia saudita ha tentato di restare ai margini, mantenendo canali aperti con la Repubblica islamica anche dopo le operazioni contro i suoi impianti petroliferi. Ma l’attivismo dei proxy iraniani in Yemen e in Iraq ha creato un accerchiamento strategico. Droni, missili e milizie hanno colpito infrastrutture saudite da tre direzioni. La postura prudente è stata ritenuta non più sostenibile.

Le ragioni dell’intervento saudita sono molteplici. La necessità primaria è difendere l’infrastruttura energetica, pilastro dell’economia e della stabilità interna. Vi è poi la volontà di evitare che l’instabilità regionale comprometta il progetto di trasformazione del Paese, dalla Vision 2030 all’apertura agli investimenti esteri. Un peso, infine, lo esercita la preoccupazione per l’incertezza della linea americana. La cooperazione con Washington resta stretta, ma a Riad cresce il timore di essere lasciata sola di fronte a un Iran sempre più assertivo.

Il quadro geopolitico

Il risultato è un equilibrio fragile. L’Arabia Saudita interviene per autodifesa, ma lo fa dentro una cornice geopolitica che la lega a Cina e Pakistan, i due mediatori informali del conflitto. Se il suo contributo alle azioni di guerra dovesse essere percepito a Teheran come un allineamento definitivo al fronte americano, la “cucitura” sino-pachistana rischierebbe di perdere credibilità e incisività. Se invece Riad tentasse di mantenere un doppio binario, cooperazione militare con gli Stati Uniti, dialogo con l’Iran, potrebbe finire schiacciata tra aspettative inconciliabili.

La crisi si allarga

La pericolosità della situazione sta proprio qui. Il coinvolgimento saudita non è un fattore stabilizzante, ma un moltiplicatore di tensioni. Trasforma la crisi in un test per l’intero sistema di alleanze che collega Medio Oriente e Asia, dove ogni attore ha interessi vitali in gioco e nessuno può permettersi di perdere terreno. In un quadro in cui Hormuz, il Mar Rosso e l’Iraq sono diventati teatri di guerra asimmetrica, l’errore di calcolo è sempre dietro l’angolo.

Se la crisi dovesse ulteriormente degenerare, il rischio sarebbe la frattura di un equilibrio geopolitico che tiene insieme rotte energetiche, sicurezza globale e la competizione tra grandi potenze. Il ricchissimo regno ha scelto di entrare in gioco per evitare il caos. Ma la sua partecipazione, inevitabilmente, rende la partita molto più pericolosa.


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