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Sociale

Stessa violenza sessuale, due verdetti opposti

Gli Ispettori ministeriali verificano la decisione di scarcerazione decisa dalla Gip

di Ettore Politi -


«Tenuto conto dell’eccezionalità del caso e dell’allarme sociale cagionato, ho disposto l’invio di Ispettori per acquisire ogni valutazione utile».
Il Ministro della Giustizia Nordio
non usa frasi preconfezionate.
Parla di allarme perché lo sa: nelle strade c’è paura. Le donne, camminando a testa bassa, percorrono le strade rimanendo vigili nel cambiare marciapiede alla vista dell’ombra di possibili predatori.
Gli anziani non escono la sera e temono di farlo anche durante il giorno.
 E le ragazze che non tornano sole da scuola. Dopo quarantotto ore dalla cattura, il magistrato ha ordinato la liberazione di un uomo che ha molestato sessualmente due donne.
Una è una bambina di tredici anni.

La piega della legge

Ciò che talvolta accade negli uffici giudiziari è grave: l’interpretazione del codice penale si piega.
Il diritto di difesa diventa il diritto dell’imputato a tornare libero mentre la sentenza neppure esiste.
L’articolo 274 del Codice di Procedura Penale prevede custodia cautelare quando sussista rischio di reiterazione.
Ma quando scuda chi ha usato violenza su di una bambina, il sistema tradisce il suo mandato: proteggere i cittadini.
A Torino, il negoziante di 42 anni ha, dunque, confessato di aver molestato una bambina e una donna in un minimarket.
Dopo due giorni di cella, la Giudice per le Indagini Preliminari lo ha scarcerato con l’obbligo di firma. La Procura di Torino ha presentato ricorso al Tribunale del riesame.
Ma il danno era fatto.
A Brescia, una bambina di 10 anni viene stuprata e ingravidata.
La Giudice derubrica il reato: violenza carnale diventa “atti sessuali con minore”.
La condanna del responsabile: cinque anni.
Per una bambina che porterà gli esiti di quella violenza per tutta la vita.
Decine di scarcerazioni, derubricazioni, interpretazioni che sembrano variare non in base alla legge scritta, ma alla sensibilità culturale e personale del giudice.

La schizofrenia della giurisprudenza

In Europa, gli ordinamenti costruiscono equilibri diversi.
In Italia, cresce la tendenza a interpretare il Codice Penale come un documento plasmabile secondo la sensibilità del magistrato.
Questo non è garantismo.
Fa pensare all’anarchia giuridica.
Il caso di Macerata potrebbe esserne una conferma. Un giovane assolto in primo grado, ma poi condannato in Appello.
Stesso fatto, stesse prove ma giudici diversi.
Se la stessa evidenza provoca verdetti opposti, la legge funziona?
Nel XIX secolo, Dostoevskij descriveva una magistratura incoerente come segno della decomposizione dello Stato.
Non poteva denunciare il potere direttamente. Scriveva di tribunali che, a quell’epoca, condannavano a caso, di cittadini nella paura perché la legge non significava nulla.
Dostoevskij sapeva che se la legge diventa interpretazione personale, la democrazia muore silenziosamente.
Quella paralisi, quel silenzio, è esattamente quello che tocchiamo oggi nelle strade italiane.

Il disagio sociale montante

Viviamo in polarizzazione crescente sulle sentenze. Esse sempre più spesso appaiono come atti politici per l’incoerenza del sistema.
Le vittime spariscono dalla narrativa.
Il disagio sociale monta silenziosamente.
Gli insegnanti vedono bambine traumatizzate mentre gli aggressori camminano liberi.
Le vittime di violenza sessuale smettono di denunciare. La denuncia in Italia è in calo costante. Quando la giustizia non funziona, la vittima preferisce soffrire in silenzio.
L’articolo 27 della Costituzione protegge il presunto innocente. Ma non può significare indifferenza verso la sicurezza altrui.
L’articolo 2 sancisce il diritto alla sicurezza.
In Italia, uno sta schiacciando l’altro.

Chi tutela la gente comune?

La domanda è semplice: chi tutela la popolazione quando la legge viene reinterpretata e protegge chi la viola?
Non diventa dibattito teorico. È crollo della fiducia.
Lo scollamento tra l’organo di giustizia e i cittadini. Troppe sentenze vengono lette come atti politici. Un giudice assolve, un altro condanna. Stessi fatti, interpretazioni difformi.
 La legge non esiste più? Vale solo la discrezione del singolo magistrato?
L’indipendenza della magistratura è sacra.
 Ma non può e non deve significare incoerenza.
Quando mancano linee guida condivise su come interpretare i reati sessuali (e non solo quelli), allora l’indipendenza può diventa arbitrio.
E l’arbitrio è il nemico dello Stato di diritto.

Paura civica

Dopo il caso di Torino, abbiamo interpellato diverse persone, passanti e commercianti.
I cittadini, dopo lo sfogo, hanno chiesto:
“ lo scriva, lo scriva… ma, per carità, non metta il mio nome. Chissà altrimenti cosa mi farebbero”.
È una frase che contiene il cuore del disastro.
Chi ha paura di denunciare la contrarietà al metodo di amministrazione della giustizia sembra rievochi la stessa paura di chi vive in zone controllate dalla mafia.
Quella paura che nasce quando sai che denunciare non serve a niente.
Che la legge non ti proteggerà.
Quando quel pericolo torna a vivere nelle città, nel minimarket sotto casa, allora il sistema non sta proteggendo.
Sta amministrando l’impunità.
 E il silenzio dei cittadini è il segnale più grave: la democrazia non sta più proteggendo tutti?

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