Ultimo giro alla Camera per la nuova legge elettorale
Non sono possibili modifiche al testo: qualsiasi correzione costringerebbe la riforma a tornare ancora una volta al Senato, allungando un percorso che la maggioranza considera ormai sostanzialmente concluso
La nuova legge elettorale è ufficialmente all’ultimo miglio. L’appuntamento in Aula alla Camera per la terza e, nelle intenzioni della maggioranza, definitiva lettura è fissato per domani. Il passaggio a Montecitorio dovrebbe essere formalmente più semplice dei precedenti. Il centrodestra punta infatti ad approvare senza ulteriori modifiche il testo uscito da Palazzo Madama. Anche perché qualsiasi correzione costringerebbe la riforma a tornare ancora una volta al Senato, allungando un percorso che la maggioranza considera ormai sostanzialmente concluso. E che il governo potrebbe optare di blindare con la fiducia. A maggior ragione in considerazione di quanto accaduto durante la prima lettura a Montecitorio.
L’ipotesi fiducia
Il voto segreto sulle preferenze ha visto i franchi tiratori del centrodestra avere la meglio sulla maggioranza, dimostrando come il tema della modalità di selezione dei parlamentari abbia spaccato profondamente i partiti. Da qui l’ipotesi di mettere in sicurezza l’ultimo voto, evitando nuove imboscate proprio a pochi metri dal traguardo. Una scelta che però ha dei costi politici e, comunque, non è priva di rischi. Approvare una legge elettorale ricorrendo alla fiducia non è mai una buona cosa. L’opzione è sul tavolo con la consapevolezza di offrire nuovi argomenti alle opposizioni. Dall’altra parte, per il centrodestra un nuovo incidente alla Camera aprirebbe un caso politico ben più pesante del precedente. La fiducia diventerebbe così non soltanto uno strumento per accelerare l’iter, ma soprattutto un modo per serrare i ranghi della coalizione. Di contro, in caso di intoppi non ci sarebbe alternativa all’apertura di una crisi. Il nodo più delicato resta quello delle preferenze.
Preferenze e alternanza di genere
Il compromesso raggiunto al Senato prevede liste composte da un capolista bloccato e sei candidati tra i quali gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze. Solo relativamente a questi ultimi bisognerà rispettare i criteri di alternanza di genere. Una mediazione che ha consentito di superare lo scontro interno alla maggioranza. Proprio la mancanza delle quote di genere tra i capilista resta però uno dei punti di maggiore attrito. In particolare in quei partiti che nella maggior parte dei collegi plurinominali non eleggeranno più di un candidato, ovvero il capolista. L’impianto generale, invece, non cambia. La riforma supera i collegi uninominali e introduce un sistema proporzionale con un premio di governabilità. La coalizione vincente si aggiudica 70 deputati e 35 senatori rispetto a quelli eletti nelle liste dei singoli partiti purché ottenga almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere. Se la soglia non viene centrata, oppure Camera e Senato restituiscono maggioranze diverse, tutti i seggi saranno attribuiti con il proporzionale.
Per quanto riguarda invece il fronte dell’opposizione, i punti più contestati solo l’aumento del numero di firme necessario a presentare le liste per i partiti non rappresentati in parlamento e l’obbligo di indicare il candidato premier della coalizione al momento del deposito del programma elettorale. Aspetto quest’ultimo che ha rilanciato prepotentemente il dibattito sulle primarie nel centrosinistra.
Il pallino resta però saldamente nella mani della maggioranza che sulla carta ha i numeri per approvare in via definitiva la riforma. Franchi tiratori permettendo.
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