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Politica

Vannacci, Giorgia Meloni e la trappola di Tucidide

La dinamica sistemica della Trappola di Tucidide riversata nell'ambito politico

di Redazione -


di CLAUDIO TOGNA

La costante ascesa nei sondaggi del Generale Roberto Vannacci e del suo partito Futuro Nazionale accreditato di una percentuale, all’attualità, stimata all’8% (e quindi superiore alle percentuali della Lega e di Forza Italia) pone non pochi problemi politici alla Premier Giorgia Meloni ed al suo partito Fratelli d’Italia.

Non sotto l’aspetto numerico (essendo il partito della Premier saldamente attestato intorno al 27% e con un gradimento della Premier resiliente alle guerre ed alle difficoltà politiche) quanto per il fatto che il partito del Generale Roberto Vannacci si pone, nelle intenzioni e nei programmi, alla destra del partito fondato da Giorgia Meloni.

Se è vero che la postura, il linguaggio, la comunicazione di Roberto Vannacci possono avere efficacia anche su parte dell’elettorato del Movimento 5 Stelle e dell’astensionismo politico è anche vero che, sondaggi alla mano, il partito di Vannacci cresce a detrimento della Lega ed in parte del partito della Premier. Solo in cifra trascurabile le intenzioni di voto a favore di Vannacci sono sottratte all’elettorato di Forza Italia.

Tale situazione politica sembra assolutamente conforme a quella che viene chiamata, nella letteratura geopolitica e storica la “trappola di Tucidide”.

La trappola di Tucidide

La trappola di Tucidide, e utilizzo il pensiero di Matteo Puddu, è un concetto geopolitico e storico che descrive la tendenza strutturale verso il conflitto quando una potenza emergente sfida una potenza dominante già consolidata. La trappola di Tucidide descrive, quindi, una dinamica sistemica: quando una nuova potenza cresce abbastanza da minacciare il primato della potenza dominante, si innesta una spirale di paure, incomprensioni, rivalità e provocazioni che rende il conflitto molto probabile anche quando nessuno lo desidera esplicitamente.

La guerra in questo schema non è necessariamente il risultato di cattive intenzioni ma di una struttura di potere che genera tensioni difficilmente governabili. È di tutta evidenza che tale paradigma va calato nel contesto della contesa elettorale democratica politica e non della guerra.

Soccorre la celebre frase del teorico militare Carl von Clausewitz che nella sua opera principale “Della Guerra” sostiene che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.

Tale assunto ammette però anche la lettura inversa e cioè che la politica non è che “la continuazione della guerra con altri mezzi”.

Dove la guerra non si combatte sul terreno bellicistico ma su quello dell’ottenimento del consenso elettorale a scapito degli avversari (ed, in fondo, anche degli alleati). Il concetto di Tucidide è fondativo del metodo che è alla base del cosiddetto “realismo politico”.

Applicato all’attuale situazione italiana tale realismo rende evidente che i partiti di centro destra FDI, FI, Lega e Noi Moderati se aggregano Vannacci hanno possibilità di vittoria ma se non lo aggregano hanno sicurezza di sconfitta.

E la politica, come detto, risulta in posizione dialettica alla guerra: ma sono entrambe unite dalla durezza che appartiene alla sconfitta. Sia in ambito militare che in ambito politico.

È il celeberrimo “vae victis” – guai ai vinti – attribuito a Brenno capo dei Galli Senoni nei confronti dei Romani che cercavano di negoziare, con giustizia, la sconfitta. In politica non solo chi perde “perde” ma trascina nella sconfitta un intero corpo elettorale con enormi ricadute sociali.

Il politico sconfitto tatticamente sopravvive e se la può cavare (e di solito anche bene). Ma la parte di società portata alla sconfitta elettorale paga il prezzo della sconfitta sulle proprie condizioni socio – economiche e valoriali con effetti, sul lungo periodo, dirompenti sotto l’aspetto strategico.

Dal politico ci si aspetta la strategia in quanto di tattica si può, politicamente, morire. È di tutta evidenza che chi ha più potere politico impone le proprie condizioni: chi ha meno potere deve accettare.

Ma, a ben vedere, l’insegnamento di Tucidide possiede un significato più profondo di quello dell’apparente constatazione che il potere non si giustifica con la giustizia ma con la forza.

In realtà, come sostiene Hannah Arendt, la violenza può distruggere il potere ma non crearne uno legittimo e democratico. Infatti che “il potere politico nasce dalla canna del fucile” è frase del leader comunista cinese Mao Zedong l’archetipo, per dir così, della dittatura degli autocrati.

Il messaggio

Il messaggio che Tucidide ci affida con le parole “ktema es aei” – possesso per sempre o la storia si ripete – riflette, prima di Heidegger un concetto del tempo coincidente con la decisione e la responsabilità quale fondante dell’agire politico. In buona sostanza nel pensiero di Tucidide il pensiero dell’inevitabilità della guerra (il futuro) influenza, nel momento decisionale, il presente.

La responsabilità che Tucidide attribuisce al politico è di portata quasi sovrumana.

Utilizzare la forza cercando lo scontro con il movimento nascente o utilizzare la forza per compattarsi, attraverso reciproche concessioni, con la forza nascente?

La responsabilità politica (e il pensare da statista) è, alla fine, tutto qui. In tale scelta assume un ruolo non secondario il tempo o meglio la capacità del politico di interpretare lo spirito del tempo. Le elezioni in Sassonia e Pomerania e l’affermazione, enorme nelle proporzioni, del partito di destra AFD impongono una riflessione.

Le differenze nella politica

Certo esistono non poche differenze nei programmi tra la destra italiana di FDI, di Futuro Nazionale di Vannacci e della AFD tedesca e spetta ai commentatori politici analizzare differenze e somiglianze (nell’analisi sociologicamente ed economicamente orientata) mentre spetta al politico di scorgere dietro le apparenze i significati.

E cioè le radici strutturali, in senso politico, dei problemi che orientano, e portano alla vittoria, gli elettorati di riferimento.

Tutto si decide in quello che Martin Heidegger, nelle sue opere, chiama l'”Augenblick” – l’attimo – . Il giovane Heidegger usa l’Augenblick per tradurre il concetto aristotelico di kaipos che indica il “bene” nella categoria del tempo e cioè il “momento buono”, “l’attimo opportuno”.

Essere nel tempo, in senso cairologico, sfruttandone la potenza futura già intuibile nel dato presente è quello che fa la fortuna del politico o, in mancanza, la sua rovina.

Indipendentemente dal dato numerico del consenso elettorale e dei programmi un dato accomuna Giorgia Meloni e Roberto Vannacci ed è la loro qualità di “capi carismatici” dei rispettivi movimenti: nel senso che sia nel caso della Meloni che nel caso di Vannacci sono stati loro a mettere in moto il movimento che ha portato alla strutturazione dei rispettivi partiti.

In altri partiti, più o meno grandi, l’esistenza, dove c’è, del capo carismatico, non coincide con il nascere del movimento o del partito: nel senso che vi sono dei capi carismatici che non hanno fondato un movimento ma che vi si sono inseriti quando era già in atto (e questo vale in Forza Italia per Tajani e nella Lega per Salvini).

Nel caso specifico Meloni e Vannacci incarnano il “capo carismatico” che dà inizio e struttura il movimento o partito.

E qui si vedrà l’abilità politica di entrambi, il loro “essere politico”, la capacità di attuare, in senso nobile, il “compromesso” al fine della vittoria di un sistema valoriale, di assetto economico – sociale che entrambi li trascende e responsabilizza. Entrambi non potranno sfuggire, alla ricerca del compromesso, in quanto ne va del loro essere politico e cioè di ciò con cui essi hanno a che fare, ciò di cui si occupano, ciò a cui il loro ruolo li incatena e svolge il loro “esserci” in forma politica.

Ed ora la responsabilità, quali decisori di ultima istanza, spetta soltanto a loro.

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