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La Costituzione non è un menù, neppure per la sinistra

di Alessandro Butticé -


Nel mio ultimo “Qui Bruxelles…”, la settimana scorsa, avevo ricordato, a proposito del generale (non del politico) Roberto Vannacci e di certe inquietanti reazioni provenienti dal mondo delle uniformi delle Forze Armate – compresa la Guardia di Finanza – e della Polizia di Stato, un principio elementare quanto fondamentale: la Costituzione non è un menù dal quale scegliere le pietanze che ci piacciono, lasciando le altre nel piatto.

Avevo rivolto quel richiamo soprattutto a destra. Coerenza vuole che questa settimana lo rivolga a sinistra.

Alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, il 13 settembre, Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani Democratici, ha pronunciato parole che hanno giustamente fatto discutere, e non solo a destra: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre». E poi: «Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori».

Virginia Libero ha poi precisato che non si riferiva alla guerra in Ucraina, visto che ha dichiarato di sapere «da che parte stare», quella dell’Ucraina, condannando Putin.

Ma proprio per questo quelle parole meritano una riflessione che vada oltre la polemica partitica.

Ripudiare la guerra non significa disertare la Costituzione

La nostra Carta dice, all’articolo 11, che l’Italia «ripudia la guerra» come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Ma la Costituzione non finisce all’articolo 11.

L’articolo 52 comincia con parole altrettanto inequivocabili: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Ed è l’unica volta che nella Costituzione si legge il termine “sacro”.

E non sono due principi contraddittori, bensì due parti della stessa architettura costituzionale. L’Italia ripudia la guerra di aggressione, ma all’articolo 78 prevede la dichiarazione dello “stato di guerra, dopo aver sancito, come già ricordato, il “sacro” dovere di ogni cittadino di difendere la Patria. E la Corte costituzionale, nel tempo, ha interpretato la difesa della Patria in senso ben più ampio del semplice servizio militare.

Per questo parlare di “organizzare i disertori”, anche come provocazione politica, è qualcosa che personalmente trovo profondamente grave e stonato.

La diserzione non è sinonimo di pacifismo. È una nozione precisa dell’ordinamento militare, disciplinata anche dai codici penali militari, oltre che grave violazione di quel “sacro dovere” sancito dalla Costituzione. Quella stessa Costituzione che tanti, a sinistra, definendola come la “migliore del mondo”, brandiscono come clava nelle loro manifestazioni contro l’attuale governo di centro-destra.

Lo stesso metro per tutti

Nel mio precedente articolo su “Qui Bruxelles…” avevo precisato che un militare non può costruirsi una propria Costituzione, che ha solennemente giurato di osservare, scegliendo gli articoli compatibili con la propria visione politica, e dimenticando o non rispettando gli altri.

Non posso cambiare opinione perché questa volta il messaggio arriva dalla parte opposta, da una giovane rappresentate di un importante partito della sinistra che ambisce a governare nuovamente il Paese nel 2027.

A chi, a destra, dimentica che l’ordinamento delle Forze Armate deve informarsi allo «spirito democratico della Repubblica» previsto dall’articolo 52 ricordo anche la «disciplina e l’onore» richiesti dall’articolo 54.

A chi, a sinistra, invoca invece l’articolo 11 dimenticando che la stessa Costituzione definisce la difesa della Patria un «sacro dovere» di ogni cittadino, e non solo dei militari, ricordo esattamente lo stesso articolo 52.

La Costituzione vale tutta. E vale per tutti.

È significativo, del resto, che la frase sui disertori abbia aperto una discussione anche dentro il PD. Romano Prodi, ad esempio, l’ha giustamente definita estranea alla linea del partito, precisando che una posizione del genere non é stata discussa dal PD.

Il rispetto della Costituzione non dovrebbe infatti essere una battaglia tra destra e sinistra. Perché dovrebbe essere semplicemente cultura repubblicana e patrimonio nazionale. Come quello, bisogna dirlo, dimostrato recentemente da una ferma dichiarazione pubblica di Marine Lepen, contro le interferenze russe nelle elezioni in Europa, a cominciare proprio dalla Francia. Nonostante tali interferenze potrebbero supportare la propria candidatura alla presidenza della Repubblica. Una presa di posizione che trovo intelligente, perché la sdoganerà con una parte dell’elettorato, facendole recuperare credibilità anche presso l’Ue e la Nato. Ma che, in ogni caso, dimostra rispetto dei valori repubblicani e costituzionali e fedeltà al Paese che vorrebbe presiedere. Rispetto che é mancato invece nella scomposta dichiarazione della leader dei giovani del Pd.

Nessuna persona ragionevole può desiderare una guerra

Scrivo queste righe da Bruxelles con una preoccupazione che va oltre la polemica italiana.

Solo dei folli e degli irresponsabili potrebbero augurarsi una guerra per il nostro Paese e per l’Ue. Io certamente non me la auguro. E non solo perché non mi ritengo folle o irresponsabile, ma perché sono padre e nonno, e desidero sopra ogni cosa, per i miei ancor giovani figli e giovanissimi nipoti, lo stesso futuro di pace che le generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni hanno saputo costruire in Europa, e che ci hanno donato dopo le immani tragedie di due guerre mondiali.

Ottant’anni senza una guerra tra gli Stati oggi membri dell’Unione europea sono un patrimonio che ci è stato regalato e che abbiamo il dovere di custodire ad ogni prezzo e trasmettere a chi viene dopo di noi.

Ma desiderare la pace non significa convincersi che basti proclamarla perché essa possa essere mantenuta.

La pace – che é sempre stata una parentesi nella storia europea – ha bisogno di diplomazia, diritto internazionale, istituzioni multilaterali e capacità di dialogo. Ma anche della capacità di difendersi e di scoraggiare chi fosse tentato di usare la forza. “Si vis pacem para bellum”, è un concetto ben noto ai nostri avi, ma anche una costante nella storia dell’umanità. Che la leader dei giovani del Pd sembra però non conoscere.

La guerra cognitiva vive delle nostre polarizzazioni

C’è infine un elemento che, sempre da Bruxelles, considero particolarmente preoccupante. Soprattutto comparando certa opinione pubblica e politica nazionale con quella di altri paesi europei.

L’Europa è da molto tempo sottoposta a campagne di guerra ibrida, fatta anche di manipolazione cognitiva e informativa. Le istituzioni europee hanno ben documentato attività russe di Foreign Information Manipulation and Interference finalizzate a indebolire le società democratiche, alimentarne le divisioni, le polarizzazioni e comprometterne la coesione.

E allora dobbiamo porci una domanda scomoda: cosa vede Mosca quando osserva il dibattito politico e mediatico italiano, mentre testa, sul Baltico, le reazioni alle provocazioni di suoi droni che violano lo spazio aereo Nato e Ue?

Da una parte pezzi di destra che, utilizzando persino gradi e uniformi, mettono in discussione pilastri della nostra collocazione europea e atlantica, sostenendo – negando l’evidenza – che non esiste un rischio Russia. Dall’altra esponenti della sinistra giovanile che parlano persino di “organizzare i disertori”.

Non sostengo, naturalmente, che gli uni o gli altri agiscano per compiacere il Cremlino. Sarebbe un’accusa ingiusta e priva – almeno per il momento – di elementi probatori.

Sostengo una cosa diversa: la polarizzazione delle nostre democrazie costituisce terreno fertile per chi, dall’esterno, ha interesse a renderle più deboli e divise.

Ed è precisamente questo uno degli obiettivi della guerra cognitiva, che si combatte sui media e sui social.

Da Bruxelles, meno tifoserie e più Patria e Repubblica

Osservo quindi con crescente preoccupazione una politica italiana, sostenuta da diversi media, nella quale sembra diventato necessario scegliere una curva.

Se critichi Vannacci, sei comunista. Se critichi chi annuncia che “organizzerà i disertori”, sei militarista o fascista.

Cose, per osservatori come noi, assolutamente false e ridicole.

Si può infatti essere patrioti – italiani ed europei, come l’autore di questa rubrica – senza essere nazionalisti. Europeisti senza essere ingenui. Pacifisti senza essere disertori. Militari senza essere militaristi.

E, soprattutto, si può – e si deve – pretendere che la Costituzione venga rispettata con la stessa coerenza sia quando ci piace che quando ci obbliga a confrontarci con qualcosa che ci piace meno.

L’ho ricordato la scorsa settimana a certa destra. Oggi, con la stessa serenità e convinzione, lo ricordo a certa sinistra.

Perché, lo ripeto una volta di più, la Costituzione non è un menù. E la Repubblica, come la Patria, appartiene a tutti i cittadini. Ed è “sacro dovere” di tutti i cittadini difenderla.

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