Una rivoluzione per conservare il re. La Lega di Salvini davanti al dunque
Le critiche e le denunce sollevate da Massimiliano Romeo non sono semplici schermaglie di corridoio, ma pongono la Lega davanti a un bivio drammatico e preoccupante. Matteo Salvini punta dritto a tirare dritto, forte della prospettiva di un congresso lampo che vincerà a mani basse, preservando così non solo il proprio ruolo di leader, ma soprattutto il potere cruciale di decidere e blindare le liste elettorali prima che sia troppo tardi.
Non mi si venga a parlare di preferenze!
In Lega conterà solo, con queste percentuali, in ogni circoscrizione l’unto del Signorotto: capolista bloccato.
In realtà, l’idea di celebrare un congresso in queste condizioni è solo un palliativo che non cambia nulla nella sostanza. Una rivoluzione fatta unicamente per preservare il sovrano.
La proposta avanzata dalla minoranza di istituire un comitato elettorale dotato di poteri forti non serviva soltanto a correggere la linea politica, ma rappresentava l’unico vero tentativo di arginare il segretario e strappare un peso reale sulla formazione delle liste, prima che l’ex capitano monopolizzi ogni decisione. Quando avrà fatto gli eletti, gli argomenti della minoranza interna non saranno morti. Saranno morte le prospettive di tenerli vivi nella classe dirigente leghista depurata ed epurata, dal vento del cambiamento.
Pontida e la lezione di Bossi: le occasioni perse dalla minoranza interna
Qui non si vuole mediare. Salvini preferisce scaricare ogni responsabilità estranea alla sua persona e, sfruttando la maschera della democrazia interna in una kermesse scontata e plebiscitaria, si tiene stretto lo scettro.
Così facendo, però, mette con le spalle al muro una minoranza interna che finora si è mostrata tutt’altro che coraggiosa, portando il peso di una responsabilità storica pesantissima sull’ascesa incontrastata del leader. Hanno gravemente sottovalutato la necessità di trovare una leadership condivisa ed alternativa e, soprattutto, hanno sprecato l’occasione d’oro del pratone di Pontida, tempio storico del Movimento, dove i governatori avrebbero avuto la forza politica e il radicamento per lanciare una vera sfida aperta al segretario.
Se solo avessero ricordato la lezione di Umberto Bossi che nel 1999, dopo la batosta delle elezioni europee, scelse di affrontare a viso aperto il suo popolo pur di raddrizzare la rotta, avrebbero agito diversamente. Invece, mancando di quel carisma e di quella tempra l’attuale segretario, gli hanno lasciato passare illeso il momento più difficile.
Sondaggi al 4,7% e rischio scissione: la Lega davanti al bivio
Adesso, però, la strategia di Salvini rischia di provocare una pericolosa scissione. I numeri certificano una crisi profonda, con sondaggi che inchiodano il partito a un modesto 4,7% e margini di crescita ridotti al lumicino. Se Salvini vuole a tutti i costi conservare la cadrega per gestire quel poco che resta pur di averlo saldamente per sé, l’opposizione interna, così trattata e messa all’angolo, potrebbe optare per la rottura. In fondo a questo punto per loro che cosa cambia? Senza garanzie certe verranno probabilmente fatti fuori comunque. A questo punto meglio giocarsi la carta estrema.
Una scissione capace di muovere appena tra lo 0,5% e l’1% può sembrare una bazzecola, ma in un partito ridotto all’osso, in costante calo, ogni frammento disperso rischia di trasformarsi in una voragine.
La linea dura del segretario si rivela dunque altamente rischiosa. D’altro canto, smentire se stesso, facendo retromarcia, a questo punto rappresenterebbe la pietra tombale su un’autorevolezza politica già fortemente compromessa. Resta da capire quale delle due strade deciderà di imboccare. Una sembra incredibilmente al ribasso, l’altra punta dritta verso un precipizio.
Un politico saggio cercherebbe la mediazione a tutti i costi, ma la saggezza, a giudicare dalle mosse odierne, non sembra essere all’orizzonte.
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