La guerra nel Tigray è tornata a bruciare. Dopo giorni di combattimenti su più fronti, le forze alleate con il governo federale hanno annunciato di aver preso il controllo di Alamata, città strategica nel sud della regione, lungo la direttrice che porta a Macallè. È la prima avanzata significativa all’interno del territorio conteso da quando, il 23 settembre, sono riprese le ostilità tra Addis Abeba e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). Le autorità locali hanno parlato di “combattimenti intensi”. Acled, la principale piattaforma di monitoraggio dei conflitti africani, ha confermato la riconquista.
La situazione sul campo
La Tigray Peace Force (Tpf), fazione armata emersa lo scorso anno e alleata con il governo federale, ha rivendicato via Facebook la “liberazione” della città, affermando che “le forze di difesa nazionale e la Tpf sono entrate nella località”. Finora gli scontri erano rimasti fuori dai confini amministrativi del Tigray. L’ingresso ad Alamata segna un salto di qualità nella nuova fase del conflitto e apre la strada verso il cuore politico del Tplf.
Il movimento tigrino, che tra il 2020 e il 2022 ha guidato una guerra devastante con oltre 600.000 morti secondo l’Unione Africana, ha fatto sapere di essere tornato in “guerra aperta”. Ma sul terreno appare indebolito. Fonti africane indipendenti hanno segnalato fratture interne profonde, in particolare lo scontro tra Debretsion Gebremichael e l’ex presidente dell’amministrazione ad interim, Getachew Reda. La disputa sul controllo delle Tigray Defense Forces ha portato nei mesi scorsi a episodi di forza. Miliziani fedeli a Debretsion hanno occupato la radio regionale di Mekelle, il municipio e alcune città vicine al confine eritreo. Una dimostrazione di quanto il Tplf resti un attore armato frammentato, incapace di gestire la transizione politica post-Pretoria.
Nuove brutalità del Tplf nelle aree rurali
Parallelamente, stanno emergendo nuove accuse di violenze e reclutamenti forzati nelle aree rurali del Tigray. Organizzazioni africane per i diritti umani hanno documentato pratiche coercitive e un controllo capillare delle comunità, in continuità con la storia del Tplf, che per quasi trent’anni ha governato l’Etiopia con un sistema di potere etnico-securitario. Una realtà spesso ignorata da parte dei media occidentali, che hanno presentato il movimento come attore “resistente” o “progressista”, oscurandone responsabilità e abusi documentati.
Stanziamento di fondi dell’Ue
La nuova escalation non è passata inosservata a Bruxelles. L’Unione Europea ha stanziato 61 milioni di euro per sostenere le popolazioni colpite da conflitti, sfollamenti, epidemie e rischi climatici. La Commissione si è detta “profondamente preoccupata” per il rapido deterioramento della situazione nel nord del Paese e per la conquista, da parte del Tplf, degli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire nelle settimane precedenti. L’Ue ha evidenziato anche i numerosi raid con droni condotti dalle forze federali e chiesto un “immediato allentamento delle tensioni”, la protezione dei civili e un accesso umanitario “senza ostacoli”.
Il quadro umanitario è drammatico. Le regioni di Amhara, Benishangul-Gumuz, Oromia e Tigrai restano difficili da raggiungere, mentre l’Etiopia ospita grandi popolazioni di rifugiati. I conflitti nei vicini Sudan e Sud Sudan provocano afflussi improvvisi che aggravano la pressione su un sistema già al collasso.
Intanto Addis Abeba consolida le proprie alleanze armate. Negli ultimi mesi l’Ethiopian National Defense Force ha intensificato i raid con droni su Mekelle e sulle aree orientali del Tigray, mentre il governo ha esteso il mandato dell’amministrazione regionale ad interim. Il Tplf ha reagito reinstaurando il proprio parlamento regionale e nominando Debretsion presidente del Tigray, in aperta sfida al governo federale. Una mossa che cristallizza la divisione istituzionale e alimenta ulteriori scontri.
Il pericolo di una guerra regionale
La presa di Alamata è il segnale che la fragile architettura di pace costruita a Pretoria sta crollando. Il federalismo etnico etiope, già messo alla prova dalla guerra del 2020-2022, mostra ancora una volta la sua incapacità di contenere rivalità storiche e ambizioni territoriali. Il Tplf, indebolito ma non sconfitto, tenta di rilanciare la propria agenda attraverso la mobilitazione armata. Il governo federale, forte del sostegno di nuove milizie, punta a riconquistare il controllo del Tigray meridionale. Il rischio è che il conflitto si estenda lungo l’asse Afar-Amhara e trascini nella spirale anche Eritrea e Sudan, trasformando la crisi etiope in una guerra regionale. Il Corno d’Africa resta sospeso in un equilibrio che potrebbe spezzarsi definitivamente.