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Politica

Regeni, dopo la sentenza lo scontro politico

di Eleonora Ciaffoloni -


Dieci anni di carcere per tre 007 egiziani, un’assoluzione e una battaglia giudiziaria su un ricorso che i difensori della famiglia Regeni sono pronti a combattere. Ma il giorno dopo la sentenza sul caso del ricercatore italiano morto al Cairo nel febbraio del 2016, il processo si sposta anche fuori dalle aule di tribunale e torna dentro quelle della politica.

La sentenza sul caso Regeni

La Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharit per il sequestro del giovane friulano. Tariq Sabir, quarto imputato, è stato assolto. La condanna riguarda il sequestro e non l’omicidio, sul quale resta aperto il nodo delle responsabilità.

Si tratta del primo verdetto arrivato dopo quasi dieci anni di ostacoli, assenze degli imputati e mancata collaborazione delle autorità egiziane. Una sentenza che la famiglia ha accolto come un passaggio importante, ma che non chiude la vicenda. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni e le difese dei tre condannati hanno già annunciato l’intenzione di impugnare la decisione. Il ricorso potrebbe peraltro aprire un nuovo capitolo davanti alla Corte costituzionale.

I difensori degli imputati, tutti assenti al processo, intendono contestare le norme introdotte dalla riforma Cartabia sulla possibilità per gli avvocati di presentare ricorso in assenza di una procura speciale firmata dagli imputati. Secondo la difesa, la disciplina potrebbe entrare in conflitto con il diritto di difesa. Una questione che, se sollevata e accolta, rischierebbe di allungare ulteriormente i tempi del procedimento, con tanto di prescrizione sullo sfondo.

Polemica politica e la linea del Governo

Ma è soprattutto sul terreno politico che, nelle ore successive alla sentenza, si è riacceso lo scontro. Immediatamente questo verdetto, da un lato, è stata l’occasione per chiedere una revisione radicale dei rapporti con il Cairo. Dall’altra, il governo ha rivendicato una linea diversa: separare il piano giudiziario da quello delle relazioni internazionali e continuare a lavorare attraverso i canali diplomatici. La giustizia e la diplomazia camminano sì insieme, ma su due binari differenti.

A far accendere la miccia però sono state le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani che, commentando la decisione dei giudici, ha ricordato che “c’è la separazione dei poteri” e che la sentenza ha condannato “tre persone”, non l’Egitto. Il ministro ha anche sottolineato che la decisione è di primo grado e che il procedimento dovrà seguire il suo corso nei successivi gradi di giudizio. Parole che hanno provocato la reazione dell’opposizione, che na interpretato quella “sottolineatura” come una “presa di distanza” dalla portata politica della vicenda.

Il botta e risposta

Le critiche più dure sono arrivate dalla segretaria del Pd Elly Schlein: “Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese”. Lesue parole, ha aggiunto, “sono molto gravi” e “si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un’iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all’Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito”.

A far coda alla leader dem anche Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd e la collega Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, ma anche i deputati di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni che si sono rivolti direttamente alla premier Melo-ni: “Chiami Al Sisi e pretenda l’estradizione dei condannati”. E così Pd, M5s e Avs hanno chiesto un’informativa urgente a Tajani sulle prossime mosse del governo. E, come spesso accade lato opposizione (e come se fosse sempre la soluzione adatta) è arrivata anche la richiesta delle dimissioni del titolare della Farnesina.

In ogni caso, la linea del governo, ribadisce Tajani, è quella del dialogo e della pressione diplomatica, senza rinunciare al procedimento giudiziario. Non è una posizione nata con la sentenza di ieri, ma nei mesi scorsi quando in Parlamento l’esecutivo aveva rivendicato la necessità di mantenere aperto il canale con il Cairo, sostenendo che questo non significasse rinunciare alla ricerca della verità sul caso Regeni o su altri – ne sono esempio, ricorda il ministro, il caso di Patrick Zaki, e l’auspicio di una soluzione per quello di Nassy Guerra e sua figlia. Il ministro ha ricordato, allo stesso tempo, la posizione dell’Egitto, interlocutore per la stabilità del Mediterraneo, oltre che per dossier come migrazioni, sicurezza, energia e cooperazione industriale.

Insomma, due fattispecie differenti, da trattare in maniera differente. La giustizia italiana ha fatto il proprio percorso nonostante l’assenza degli imputati e la mancata collaborazione del Cairo; sul fronte internazionale, Roma continua invece a mantenere aperto il dialogo con un Paese strategico.


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