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Attualità

Fuori dalla scuola c’è una vita da vivere

Come gli adulti cercano di dividere il lavoro dalla vita privata è giusto anche, che la scuola rispetti il tempo libero degli studenti.

di Alberto Filippi -


Inizio oggi un piccolo esperimento. Nelle prossime settimane, in queste mie filippiche, non farò l’opinionista: proverò a proporre dei temi utili magari per le prossime elezioni. Temi in molti casi senza bandiere e senza ideologia, ma con un ingrediente che in politica a volte scarseggia più del buon senso stesso, cioè il buon senso. Quello di un padre di famiglia, di un imprenditore che ogni mattina fa quadrare i conti, di uno che la politica l’ha fatta ai vari livelli istituzionali e che il giornalismo lo pratica con passione, con la tessera guadagnata come prevedono le regole, esame di Stato compreso, senza scorciatoie che qualche collega sembra aver percorso sulla trasmissione più chiacchierata dell’estate. Ma soprattutto, questa volta, mi interessa più ascoltare che parlare. Io lancio la palla, voi la rilanciate.

E il primo tema volutamente non vuole rappresentare un qualcosa di troppo impegnato, un qualcosa di troppo complicato, un tema economico fiscale o di politica estera: voglio fare il papà, e quindi il primo tema non poteva che riguardare i nostri ragazzi. Lo riassumo in uno slogan di poche parole, facile da ricordare anche per chi a scuola non ci va più da un pezzo: basta compiti per casa!

Partiamo da una scena che ogni genitore conosce. Sono le nove di sera, papà è rientrato dal lavoro, mamma ha appena sparecchiato, e sul tavolo della cucina ricompare lo zaino. Dentro, come in un pacco a sorpresa che nessuno ha ordinato, ci sono due schede di matematica, un riassunto di storia e la famigerata ricerca di scienze “da fare con l’aiuto dei genitori”. Ed ecco che i compiti a casa diventano, puntualmente, i compiti della casa: li fa il figlio, li corregge la madre, li rifà il padre, li contesta il nonno che “ai miei tempi si faceva diversamente”. Risultato: il ragazzo è stanco, i genitori sono esausti, e l’unico ad aver fatto davvero i compiti è il sistema, che ha scaricato sulle famiglie un lavoro che spetterebbe a lui.

La mia proposta è semplice nella forma e rivoluzionaria nella sostanza. La scuola diventi il luogo dove si studia davvero, tutto, dall’inizio alla fine. Se per farlo servono più ore, si allunghi pure l’orario: sei, sette, anche otto ore al giorno. Ma dentro quelle ore ci deve stare tutto: la lezione, l’esercizio, il ripasso, lo studio assistito, il laboratorio, l’orientamento verso un mestiere. Ciò che oggi il ragazzo fa da solo sul tavolo di cucina, domani lo farà in classe, con accanto un insegnante che sa guidarlo, correggerlo al momento e spiegargli dove sbaglia. Perché un esercizio sbagliato a casa è un errore che si consolida; un esercizio sbagliato in classe è un errore che si corregge.

E poi, suonata la campanella, basta. Lo zaino resta a scuola, o torna a casa leggero. Niente compiti nel pomeriggio, niente compiti la sera, niente compiti nel weekend, niente compiti durante le vacanze. Tassativamente. Il sabato e la domenica devono essere sacri, non sacrificati: niente lezioni, niente schede, niente “consegna entro lunedì”. E le vacanze devono tornare a essere vacanze, non vacanze-studio forzate. Chi di noi non ha visto almeno una volta un bambino in spiaggia, sotto l’ombrellone, col libro delle vacanze aperto e la sabbia tra le pagine, mentre gli amici facevano il bagno? Quello non è apprendimento: è una condanna con vista mare.

Qualcuno obietterà: senza compiti i ragazzi non imparano. Io rispondo il contrario. I compiti a casa, oggi, premiano soprattutto chi ha alle spalle una famiglia in grado di aiutarlo: genitori con tempo, titoli di studio, soldi per le ripetizioni. Chi non ce l’ha resta indietro, e resta indietro da solo. Portare tutto lo studio dentro la scuola significa mettere tutti i ragazzi sullo stesso banco di partenza. È la cosa più giusta che si possa fare, e non ha colore politico.

C’è poi un secondo punto, e lo dico senza giri di parole. Dentro la scuola gli insegnanti devono insegnare, non indottrinare. Il loro compito, e qui la parola è giusta, è trasmettere conoscenze, valori e principi che non appartengono a un partito ma a tutti: quelli scritti nella nostra Costituzione e nelle nostre leggi. Il rispetto, la responsabilità, la libertà, il lavoro come fondamento della Repubblica. Non opinioni personali, non simpatie politiche, non crociate ideologiche di questa o di quella parte. Programmi chiari, uguali per tutti, seguiti con serietà. L’insegnante deve essere una guida, non un megafono. E i ragazzi devono uscire da scuola capaci di pensare con la loro testa, non con quella di chi stava in cattedra.

Ma perché tutta questa insistenza sul tempo libero? Perché fuori dalla scuola c’è la vita, e la vita si impara vivendola. Un ragazzo che esce alle quattro del pomeriggio senza nulla da fare “per domani” è un ragazzo libero di allenarsi a calcio, di suonare la chitarra, di imparare a cucinare con la nonna, di leggere un libro scelto da lui e non imposto. È libero di stare con la sua famiglia, a tavola, parlando della giornata invece che della verifica. È libero di impegnarsi nel volontariato, nella parrocchia, nella squadra del paese. E, quando l’età e le regole lo consentono, è libero di iniziare un proprio percorso lavorativo: dare una mano nel negozio di famiglia, fare un lavoretto estivo, capire presto quanto vale un euro guadagnato con le proprie mani. Non c’è scuola migliore per diventare adulti indipendenti.

Ed è proprio qui che la scuola deve cambiare pelle. Deve diventare anche il luogo dove i ragazzi scoprono i percorsi di lavoro che li aspettano, dove entrano in contatto con i mestieri, le imprese, le professioni, dentro l’orario scolastico e non a spese del loro tempo libero. Più ore a scuola, sì, ma ore piene, utili, orientate al futuro. In cambio, fuori, libertà vera.

Pensateci: noi adulti lottiamo da anni per separare il lavoro dalla vita privata, per non portarci l’ufficio a casa, per avere il diritto di staccare. E poi pretendiamo che un bambino di otto anni si porti a casa l’ufficio ogni sera, ogni weekend, ogni estate. Due pesi e due misure, anzi, due zaini e due misure.

Questa è la mia prima proposta. So già che farà discutere, ed è esattamente quello che voglio. Insegnanti, genitori, nonni, ragazzi: scrivetemi, contestatemi, aggiungete, correggete. Stavolta i compiti li do io, e sono gli unici che ammetto: ditemi cosa ne pensate.

Perché la scuola non è una galera. Non deve esserlo dentro le sue mura, e tantomeno deve diventarlo a casa nostra. Restituiamo ai ragazzi il loro tempo e alle famiglie le loro serate: che la casa torni ad avere un solo compito, quello di essere casa.

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