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Economia

Volano i rendimenti bond, tremano le Borse e il Fmi ci mette il carico

di Cristiana Flaminio -


La grande paura non è passata, per niente. Sotto la pressione dei rendimenti, in salita, dei bond le borse mondiali hanno fibrillato. E non poco. Anche Milano, per un attimo (che è durato fin troppo) è scesa addirittura sotto i 50mila punti. Così giù come non accadeva da giugno. Una questione che tutto è fuorché tecnica. E no, c’entra poco il concetto di spread in sé. Che pure, ieri, a Piazza Affari ha centrato un aumento a doppia cifra del differenziale tra Btp e Bund. Questo perché il rendimento dei bond è salito un po’ ovunque.

Bond in fibrillazione, rendimenti al top

A trainare gli aumenti sono stati i titoli francesi, gli Oat, che in una giornata hanno raggiunto il 4,9% di rendimento. Mentre, a Parigi, il governo di Lecornu tentava di imporsi, almeno per legge, un bilancio capace di ridurre il rapporto deficit-Pil sotto il 5%. È una catena non di affetti, come quella dell’indimenticabile Adolfo Celi nei panni del Sassaroli. Ma di interessi e interdipendenze. I titoli italiani decennali hanno visto lievitare il loro rendimento al 4,67%, mentre quelli greci sono saliti al 4,51 per cento. Male, e di certo non poteva andare diversamente, anche i bonos spagnoli che hanno scavallato il 4,1%.

Bund in alto, tutta colpa dei Treasury

Non va granché meglio in Germania con i solidissimi Bund che offrono ora il 3,50% di rendimento. Una volta, ricordate?, li vendevano a interesse addirittura negativo. Il problema, naturalmente, abita altrove. In America. A Wall Street le cose non vanno granché bene, i Treasury Usa sono in fibrillazione già da un (bel) po’. È bastata l’attesa per i verbali dell’ultima riunione della Fed a far tornare l’interesse riconosciuto sui titoli statunitensi al 5,3 per cento. È tutta una catena, non di affetti ma di interessi e interdipendenze.

Ci si mette pure il Fondo monetario

Lo scenario è, dunque, a dir poco inquietante. E, per soprammercato, arriva pure il Fondo monetario internazionale a regalarci nuove ineffabili perle. Kristalina Georgieva, che probabilmente non aspettava altro, se l’è presa con i Paesi occidentali, quelli indebitati fortemente (Italia, certo ma anche se non soprattutto Francia) che sono incapaci di quella “azione decisiva” che sarebbe necessaria per sanare i conti. La ricetta dell’Fmi è sempre la stessa. “Sappiamo che il risanamento di bilancio sarà un compito arduo. Dopo una serie di shock in cui, ogni volta, la politica di bilancio ha dovuto intervenire per attutirne l’impatto, le popolazioni si sono abituate al sostegno dello Stato. Ci attendono scelte politiche molto difficili”.

La crescita può aspettare…

La crescita, per Georgieva, non è l’unica cosa che conta: “I responsabili politici devono, in primo luogo, spiegare perché il risanamento è necessario; in secondo luogo, elaborare piani che limitino il più possibile i costi per la crescita futura e proteggano i più vulnerabili; e, in terzo luogo, perseguire riforme strutturali complementari”. Poi la grande lezione, da scolpire nel marmo a beneficio delle generazioni future: “La crescita da sola non può risolvere il problema di bilancio, ma sicuramente aiuta”. Bontà sua. Capito? Il problema non è crescere, guadagnare, progredire. No, è prima sanare i conti. Poi tutto il resto può aspettare.

…le banche no

Intanto le banche non aspettano. Le fibrillazioni sui bond hanno messo i titoli a dura prova, a cominciare da Unicredit che, a Milano, è arrivata a sfiorare perdite per il 4,6% mentre Bper Banca ha accusato cali del 3,9%. Quel che è certo, però, è il messaggio che è arrivato al governo. Antonio Patuelli, presidente Abi, lo ha detto chiaramente: basta parlare di nuovi contributi e di extraprofitti. “C’è già un accordo triennale e gli accordi si mantengono – ha affermato a margine della 58esima Giornata del credito -. Le banche lavorano sulla base di contratti e di conseguenza se sono sempre validi i contratti con i privati a maggior ragione è valido un contratto con il pubblico”. Pure Salvini, che su questo argomento batte ormai da settimane, è servito.

Manovra impossibile?

Del resto è stata proprio la scelta di accordarsi su una strategia triennale a convincere le banche, un anno fa, a tendere la mano al ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, già alle prese con una manovra allora difficile e tacciata di essere troppo sparagnina. Nulla in confronto a quello che gli tocca adesso tra avvisaglie sui bond, guai (grossi) con l’energia, e spazi di manovra sempre più stretti con Bruxelles.

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