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Politica

Fate come dico, non come faccio

di Giuliano Guida Bardi -


Ieri la Camera ha approvato la legge elettorale, 227 sì a scrutinio segreto e nemmeno un franco tiratore. Si chiama Stabilicum, o Melonellum, e già il nome è un programma: promette stabilità e restituisce la scelta agli elettori. Salvo poi affidare i seggi a un premio che scatta solo sopra il 42 per cento, e che se nessuno ci arriva lascia un proporzionale puro senza governo; reintrodurre le preferenze, ma con i capilista bloccati, così che i cittadini sceglieranno al massimo un deputato su tre; e imporre il nome del candidato premier nel programma, a pena di esclusione, senza scriverlo sulla scheda. Una legge che dice una cosa e ne fa un’altra, con il rigore di chi l’ha scritta.

Giorgia Meloni, qualche giorno fa, ha giurato che arriverà alla fine della legislatura. È il modo più sicuro per sapere che non ci arriverà. Il mandato ricevuto «lo onoreremo fino all’ultimo», ha detto, dopo aver constatato, nella stessa frase, che «all’orizzonte ci sono le elezioni politiche». E l’orizzonte, si sa, è una questione di prospettiva. A Palazzo Chigi aveva detto che legge elettorale ed elezioni sono «collegate». Per l’appunto. Ora la legge c’è, e con lei è sparito l’ultimo ostacolo a votare in primavera: a Palazzo Chigi circola da mesi una data, l’11 aprile; nello stesso palazzo, da altrettanto tempo, circola la smentita. Stanze diverse: in una si prepara il voto, nell’altra lo si smentisce.

La novità non è la bugia, che in politica ha un’anzianità di servizio superiore alla verità. Il fatto nuovo è che non costa più niente. La democrazia rappresentativa regge su un patto semplice, lo stesso che si applica al ristorante: se il piatto è freddo e il conto è salato, non ci si torna. Tradotto in politica: chi promette e non mantiene perde le elezioni, chi viene colto con le mani nella marmellata si dimette, chi predica la castità e viene trovato in un bordello cambia mestiere. Il patto non l’ha stracciato chi governa. L’hanno disdetto gli elettori, che hanno smesso di controllare il conto. Si vota come si tifa: il capo è dei nostri, e quello che fa è nostro.

Il campionario internazionale è una galleria di specchi. Alice Weidel guida un partito che predica famiglia tradizionale, nazione e sangue, e lei, la nazionalista, la Germania la ama da lontano: vive in Svizzera con la compagna, srilankese, e i due figli nati dalla tecnica e non dalla natura.

I giovani sassoni non l’hanno trovata contraddittoria, ma simpatica. József Szájer, cofondatore di Fidesz ed eurodeputato di Orbán, scrisse di suo pugno l’articolo della Costituzione ungherese che riserva il matrimonio all’uomo e alla donna. Però nel novembre 2020, in pieno lockdown, fu sorpreso a Bruxelles a un’orgia con una ventina di maschioni: all’irruzione della polizia fuggì dalla finestra lungo una grondaia, e lo presero in strada con le mani insanguinate e una pasticca di ecstasy nello zaino. Orbán lo definì indifendibile, e lui, nel 2025, ha annunciato il ritorno in politica.

Donald Trump ha promesso di prosciugare la palude di Washington, e la sua famiglia ha incassato dalle criptovalute circa due miliardi e trecento milioni di dollari. Javier Milei ha vinto contro la casta, poi ha promosso dai suoi social la memecoin $Libra, crollata in poche ore sulla testa di migliaia di piccoli risparmiatori.

Pedro Sánchez salì al potere nel 2018 in nome della pulizia: il suo ex ministro Ábalos è stato condannato a ventiquattro anni e tre mesi per le tangenti sulle mascherine del Covid; la moglie Begoña Gómez, dal 21 settembre, è a processo per traffico di influenze e malversazione.

Marine Le Pen combatte il sistema, ma quello stesso sistema l’ha condannata in appello a tre anni per aver pagato con i soldi del Parlamento europeo gli assistenti del partito. Lei resta candidabile e in testa ai sondaggi. Sergej Lavrov denuncia la decadenza dell’Occidente da vent’anni, ma la sua figliastra, ad appena ventun anni, ha comprato a Kensington un appartamento da quattro milioni e quattrocentomila sterline. Mutuo? No, no: curiosamente non ce n’è stato bisogno.

Nessuno di loro ha perso un voto. Anzi. Quando l’avversario grida all’incoerenza, l’elettore non sente un’accusa ma un’aggressione ai suoi, e si stringe al capo. Lo scandalo, che un tempo affondava, oggi fa da collante. Non si vota più un programma da verificare: si vota una squadra, e nessuno cambia squadra per un fuorigioco.

Vale anche in Italia, dove l’incoerenza degli altri resta l’argomento preferito di tutti. Per questo c’è da credere a Giorgia Meloni quando giura che arriverà alla fine della legislatura. Ci arriverà di sicuro: da ieri ha anche la legge per decidere la data. Resta solo da capire quando finisce: a settembre, come dice lei, o ad aprile, come dice il calendario che gira a Palazzo Chigi.

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