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Politica

Il dilemma di Meloni: correre all’incasso o blindare il record

La premier smentisce ogni ipotesi di voto anticipato. Ma dietro la linea ufficiale resta aperta una domanda politica

di Ernesto Ferrante -


Ufficialmente non se ne parla. Per Giorgia Meloni il tema delle elezioni anticipate appartiene al regno delle ricostruzioni fantasiose. La presidente del Consiglio continua a ripetere che il governo arriverà a fine legislatura e che l’obiettivo resta il 2027. Ma nella politica, soprattutto quando il consenso sorride e gli avversari arrancano, conta meno ciò che si dice pubblicamente e molto di più ciò che conviene fare. Ed è qui che si apre il vero rebus di Palazzo Chigi. Dopo aver portato a casa la legge elettorale e aver consolidato un primato storico di durata alla guida del governo, Meloni si trova in una posizione che ogni leader sogna, perché domina il campo politico che le appartiene senza rivali credibili al suo interno e non intravede, sul fronte opposto, un’alternativa in grado di contendere realmente la guida del Paese.

L’idea di tornare alle urne dopo l’approvazione della legge di Bilancio non appare come una semplice suggestione da retroscenista. È il ragionamento di chi sa che il consenso è una risorsa deperibile e che ogni stagione politica, per quanto favorevole, prima o poi incontra un punto di svolta. Governare fino al 2027 significherebbe affrontare altri due anni di incognite economiche, tensioni internazionali, emergenze industriali, vincoli europei e possibili contraccolpi sociali. In altre parole: esporsi a quell’usura che prima o poi colpisce ogni esecutivo.

L’incasso immediato contro il rischio dell’attesa

Andare alle urne nel momento di massimo vantaggio consentirebbe invece alla leader di Fratelli d’Italia di trasformare una leadership consolidata in una posizione di comando blindata. Sarebbe il passaggio dalla vittoria del 2022 alla definitiva consacrazione del ciclo politico meloniano. È questa la tentazione di cui si discute nei corridoi della maggioranza. Resettare il quadro politico quando il vento soffia ancora a favore, sfruttare il voto d’opinione che continua a premiare la premier e presentarsi agli elettori come la figura che ha garantito all’Italia una stabilità sconosciuta per decenni.

La logica politica è semplice. Chi è in vetta difficilmente trova condizioni migliori di quelle attuali. Aspettare significa rischiare. Incassare subito significa consolidare. Ma proprio qui emerge il principale ostacolo. Non l’opposizione. Non il Parlamento. Bensì gli alleati.

Gli alleati frenano: Tajani e Salvini non vogliono rischiare

Dietro le dichiarazioni ufficiali affiora infatti un dato politico evidente. Se oggi si votasse, il principale vincitore sarebbe Fratelli d’Italia. Non la coalizione nel suo complesso, ma il partito della premier. Per questo i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini spingono nella direzione opposta. La loro parola d’ordine è arrivare fino in fondo.

Forza Italia considera il tempo una risorsa preziosa per consolidare il proprio ruolo nel dopo Berlusconi e rafforzare il profilo moderato del partito. La Lega ha motivazioni ancora più urgenti. Salvini ha bisogno di mesi, forse anni, per recuperare centralità all’interno del centrodestra e per arginare la concorrenza rappresentata dall’ascesa di Roberto Vannacci, che continua a pesare come un’incognita sugli equilibri futuri dell’area sovranista. Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture è anche assediato all’interno del Carroccio da chi non lo ritiene più adatto a guidarlo. Non è un caso che il segretario leghista sia stato categorico nel fissare l’autunno del 2027 come approdo naturale della legislatura. Né sorprende che la stessa posizione venga condivisa da Forza Italia e Noi Moderati. Dietro il richiamo alla stabilità e alla necessità di concentrarsi sulla manovra si intravede infatti la convenienza politica molto concreta di prendere tempo.

La vera partita si gioca dentro il centrodestra

Il paradosso è che il centrodestra appare oggi compatto proprio perché nessuno è ancora costretto a misurare i rapporti di forza reali. Una campagna elettorale anticipata avrebbe invece l’effetto inevitabile di certificare alle urne ciò che i sondaggi raccontano da tempo, ossia la netta superiorità di Fratelli d’Italia rispetto ai suoi alleati. In quel momento la leadership di Meloni cesserebbe di essere soltanto politica e diventerebbe numericamente schiacciante.

Per questo le rassicurazioni che arrivano da Arianna Meloni, Galeazzo Bignami e dagli altri dirigenti del partito vanno lette anche come un messaggio interno alla coalizione. Nessuno ha interesse ad aprire ora una discussione destabilizzante mentre il governo è impegnato sulla legge di Bilancio e sui delicati dossier economici dell’autunno. Eppure il tema continua a riemergere. Perché la questione non riguarda soltanto la durata della legislatura. Riguarda il futuro stesso degli equilibri del centrodestra.

La sinistra osserva da spettatrice una partita che si gioca quasi interamente nel campo avversario. Gli alleati frenano. Meloni smentisce. Ma la domanda resta sospesa su Palazzo Chigi: attendere e affrontare il rischio del logoramento oppure andare all’incasso nel momento di massima forza? In politica il tempo è spesso più decisivo del consenso. E chi oggi guida il governo più solido degli ultimi anni sa bene che le elezioni non si vincono soltanto quando si vota. Si vincono soprattutto scegliendo il momento giusto per farlo.

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