Campioni in campo, laureati domani: quando sport e università possono correre insieme
Un ragazzo che studia all’università e si allena a livello agonistico vive una doppia vita: lezioni, esami, allenamenti, trasferte, gare. E spesso anche una domanda che prima o poi arriva: cosa vuoi fare davvero? Come se studiare e fare sport ad alto livello fossero due ambizioni incompatibili. Come se, arrivati a un certo punto, fosse inevitabile scegliere: l’università oppure l’attività agonistica, gli esami oppure la convocazione, coltivare un talento sportivo oppure prediligere una formazione accademica che possa restare quando la carriera sportiva professionistica sarà finita.
È una delle contraddizioni meno raccontate dello sport italiano. Abbiamo costruito un sistema nel quale, troppo spesso, lo sport viene percepito come qualcosa che sottrae tempo allo studio, invece che come una parte del percorso di formazione. Per capire quanto sia “culturale” questa contraddizione basta guardare agli Stati Uniti. Nei campus americani lo sport è parte integrante della vita universitaria e può diventare persino una porta d’accesso all’istruzione, attraverso borse di studio sportive che permettono a migliaia di ragazzi di frequentare un college grazie ai risultati ottenuti sul campo, affiancando all’attività agonistica un percorso accademico. Il principio è chiaro: lo sport può essere un merito da valorizzare, non soltanto un impegno da tollerare accanto allo studio. In Italia, invece, per troppo tempo l’attività agonistica è stata vissuta come qualcosa da incastrare faticosamente nel percorso universitario.
Il bando da 9,8 milioni per gli universitari con alti meriti sportivi
Adesso però qualcosa si sta muovendo: il Dipartimento per lo Sport, d’intesa con il Ministero dell’Università e della Ricerca, ha messo a disposizione 9,8 milioni di euro per borse di studio destinate agli universitari con alti meriti sportivi. Il bando, pubblicato il 18 settembre, prevede importi differenziati per studenti fuori sede, pendolari e in sede, con requisiti economici e sportivi specifici. È un passo concreto, che riconosce il diritto di coltivare contemporaneamente talento sportivo e formazione. Non è una rivoluzione e non basta una borsa a risolvere tutti gli “incastri” tra calendario accademico e calendario agonistico ma quantomeno si cambia la prospettiva: si prova a considerare lo studente-atleta come qualcuno che meriti di essere sostenuto.
E a fare la differenza non è tanto la questione fondi stanziati, è la percezione del modo in cui un Paese considera lo sport: una parentesi da gestire durante gli studi oppure una parte del percorso di crescita, capace di insegnare disciplina, responsabilità e capacità di lavorare per un obiettivo. La sfida, adesso, è fare in modo che questo sostegno non resti un intervento isolato ma diventi parte di un sistema capace di valorizzare chi studia e compete.
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