Futuro Nazionale alla prova dei fatti
Per mesi la politica italiana ha osservato con sconcerto l’irruzione sulla scena di un fenomeno che sembrava destinato a riscrivere le regole del gioco a destra. I pentastellati di destra. Un’avanzata scandita da numeri in costante crescita, da una presenza mediatico-digitale capillare e da una retorica capace di intercettare il risentimento e la pancia di un elettorato scontento e disilluso.
Eppure, superata la fase del primo entusiasmo ed esaurito l’effetto di dirompente della novità, il quadro comincia a mostrare crepe vistose. Le ultime rilevazioni raffigurano una frenata incontestabile; ma ridurre il fenomeno a una fisiologica oscillazione dei sondaggi sarebbe un errore di prospettiva. Ciò che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza è una debolezza intrinseca, una fragilità di fondo nell’impianto complessivo del progetto.
Il passaggio che va dalla suggestione alla sostanza
La parabola politica costruita attorno alla protesta e alla provocazione si trova oggi ad affrontare il nodo inevitabile che attende ogni forza nascente. Ossia il necessario passaggio dalla suggestione alla sostanza. Finché si è trattato di cavalcare temi identitari, di lanciare parole d’ordine incisive, di mobilitare un elettorato emotivo e spesso astensionista, il meccanismo ha funzionato con disinvoltura.
Tuttavia, quando la competizione politica impone di costruire una piattaforma credibile sui problemi reali che affliggono il Paese, dalle dinamiche economiche alla pressione fiscale, dall’occupazione al potere d’acquisto delle famiglie, l’impalcatura rivela tutta la sua consistenza eterea. Senza un paniere programmatico articolato e in assenza di ricette concrete per la quotidianità dei cittadini, la presa sulle masse perde rapidamente di efficacia.
A questa carenza di contenuti si aggiunge un posizionamento ideologico rigido e autoreferenziale. La scelta di parlare a una nicchia ben precisa, richiamando suggestioni nostalgiche e un perimetro ristretto, impedisce di intercettare un elettorato più ampio e trasversale. Ha rotto con la tradizione del movimentismo che, soprattutto in fase iniziale, tende ad essere trasversale.
In un contesto in cui la competizione si gioca spesso sulla capacità di rassicurare oltre che di protestare, un’offerta politica monotematica finisce per isolarsi.
E gli avversari politici cosa fanno?
Contemporaneamente, gli avversari diretti nello stesso campo politico hanno ripreso a presidiarne i temi con l’azione di governo, dimostrando agli elettori di poter gestire quelle istanze all’interno delle istituzioni.
Il risultato è un’architettura politica che, passata la prima impennata, assomiglia sempre più a un’imponente montagna di schiuma, visibile, ingombrante, ma priva di una struttura portante capace di reggere all’urto del tempo e della politica reale.
Anche perché soprattutto c’è un problema di classe dirigente territoriale. Vannacci è sicuramente una persona che ha più di una freccia al proprio arco, ha un curriculum di tutto rispetto. È un uomo deciso, ma sa essere rassicurante ed autorevole. Però, ad oggi, non si è trascinato dietro altro che la schiuma dei destinati alla non rielezione. Saltimbanchi che saltano sul carro che sperano li riporti nuovamente a Montecitorio. Oltre al leader servono anche un paio di colonnelli, quantomeno credibili.
Ora, per il movimento e il suo leader inizia la fase più complessa, quella in cui la retorica non basta più e la fragilità dell’impianto rischia di trasformare la frenata nei sondaggi in un lento e inesorabile declino.
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