Senza zuccheri aggiunti – Social, il luogo dove tutti si sentono giudici
C’è gente che ha trovato nei social la carriera che la vita le aveva negato: giudice del lavoro altrui. Una sistemazione piuttosto conveniente, visto che per impartire lezioni basta avere un telefono e una discreta opinione di sé, possibilmente superiore ai propri meriti.
E mi domando da quale autorità certa gente abbia ricevuto il mandato di stabilire come debbano comportarsi professionisti che lavorano da una vita. Trovo particolarmente irritante questa abitudine di trasformare un’opinione in una sentenza, soprattutto quando viene accompagnata da prediche sul rispetto. Perché il rispetto, a quanto pare, sarebbe dovuto a chiunque tranne al povero disgraziato finito sotto processo. E guai a contestare il verdetto, perché il giudice improvvisato si offende e pretende pure le scuse.
Naturalmente il bersaglio deve essere abbastanza famoso da garantire un po’ di pubblicità gratuita. Altrimenti chi presterebbe attenzione al predicatore? È questo il particolare che trovo più miserabile: utilizzare il lavoro degli altri per costruirsi una reputazione da coscienza civile, magari fingendo persino di soffrire per la gogna alla quale si sta contribuendo.
A me questi tribunali domestici danno il vomito. Criticare è un diritto sacrosanto, ma prima di spiegare a qualcuno come avrebbe dovuto lavorare sarebbe utile dimostrare di saper fare altrettanto. Anche perché il talento di giudicare gli altri, da solo, vale quanto i soldi del Monopoly.
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