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Ai e lavoro, la Svizzera avanza e l’Italia resta al palo

Il mercato registra modelli avanzati e ritardi strutturali

di Giorgio Brescia -


L’adozione dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro traccia un confine netto tra modelli organizzativi avanzati e ritardi strutturali. Il panorama internazionale mostra un approccio aperto e pragmatico e invece in Italia l’Ai fatica ad entrare nella testa degli imprenditori.

L’Ai e il suo uso nelle imprese

La multinazionale svizzera Ubs valuterà dal 2027 l’uso pratico dell’Ai nei colloqui di selezione per neolaureati e stagisti. A dimostrazione che tali strumenti non costituiscono più un semplice plus tecnico, ma un requisito fondamentale di produttività.

Ma la realtà italiana evidenzia un’integrazione a due velocità. Con imprese e soprattutto pmi ancora al palo nella condivisione e diffusione dell’Ai all’interno dei processi operativi aziendali.

I dati

I dati Istat confermano questa frattura. Sebbene la diffusione dell’Ai nelle imprese con almeno dieci addetti sia salita al 16,4% nel 2025, la spinta resta guidata dalle grandi aziende (53,1%). Mentre le pmi si fermano al 15,7%.

Sul fronte dell’occupazione, la società di ricerca e selezione Hunters Group evidenzia come l’accelerazione tecnologica stia imponendo una profonda riorganizzazione delle competenze e dei ruoli professionali. A livello territoriale, soltanto il Nord-Ovest traina il Paese con il 19,3% di adozione.

Il vero ostacolo per il tessuto produttivo italiano non riguarda l’acquisizione della tecnologia, ma la scarsa capacità di integrare governance, compliance, processi e capitale umano nei flussi quotidiani di lavoro.

Le rilevazioni di Confindustria

Viale dell’Astronomia rileva che solo il 18,7% delle associate usa l’Ai regolarmente, mentre il 37% la sta valutando. Tra le barriere principali figurano la mancanza di competenze (58,6%), l’incertezza legislativa (47,3%), la scarsa qualità dei dati (45,2%), i dubbi sulla privacy (43,2%) e i costi (43,0%).

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