La vera scommessa è il Quirinale con l’incognita Vannacci
Dire che il centrodestra stia assistendo passivamente all’ascesa di Roberto Vannacci senza fare nulla per contenerne le derive è una lettura superficiale. Al contrario, la coalizione di governo si trova nella necessità di marcare una forte identità sovranista e conservatrice proprio per non dare per scontata una futura alleanza con il generale. Vannacci, d’altronde, sta giocando una partita in solitaria, e per massimizzare i consensi, assume un atteggiamento di aperto antagonismo all’esecutivo. Una strategia speculativa che, se da un lato gonfia le sue percentuali, dall’altro danneggia la tenuta complessiva dell’area di destra.
Se Atene piange, Sparta non ride. Dall’altra parte della barricata, il centrosinistra ha ormai sposato un massimalismo radicale inquietante.
Probabilmente incapace di allargare il campo verso il centro moderato, tale spinta sembra tenere rigorosamente fuori Matteo Renzi. Una scelta che appare praticamente una via obbligata, dato che, dati alla mano, l’ex premier sottrae oggi allo schieramento di sinistra molti più consensi andando con loro di quanti sia in grado di portarne.
Il vero scontro è sul Quirinale
Eppure, per il centrodestra il rischio sistemico resta altissimo, e la vera partita si gioca sui tavoli dell’establishment. Il Deep State politico ha un unico grande obiettivo strategico, ossia impedire a tutti i costi che il prossimo Presidente della Repubblica sia eletto dal centrodestra. È qui che si concentra lo scontro.
Lo status quo punterà a sfruttare ogni possibile frammentazione a destra sperando che un eventuale cortocircuito offra alla sinistra i numeri necessari per blindare nuovamente il Capo dello Stato.
Guardando i numeri attuali con oggettività, il centrosinistra sarebbe politicamente perdente. Ed è proprio per questo che l’establishment cercherà di inventarsi qualsiasi espediente pur di invertire la rotta, non ultimo il dare un’enorme e strategica visibilità mediatica a Vannacci qualora decidesse di correre da solo, utilizzandolo come cuneo per spaccare la maggioranza. Un’equazione cinica che fa il parallelo con i pentastellati che, quando correvano da soli, ed azzoppavano il PD.
La Lega e la leadership in affanno di Salvini
In questo scenario, la Lega affronta il nodo più drammatico. La leadership di Matteo Salvini appare ormai alla frutta. Uno dei tre azionisti del governo è guidato da un leader dal respiro sempre più corto e questa debolezza si riflette inevitabilmente sulla stabilità dell’intera coalizione. Con il rischio che se la Lega tornasse praticamente solo quella del Nord, molti parlamentari necessari per la tenuta, dovrebbero ricollocarsi urgentemente per essere rieletti. E se non dovessero trovare ospitalità nella coalizione, il generale avrebbe posti da offrire.
Il rischio di un autogol sulla cittadinanza facile
La scommessa del centrodestra deve essere vincente, anche per evitare scenari demografici ed elettorali irreversibili. Un’ipotetica vittoria della sinistra aprirebbe la strada a riforme strutturali sulla cittadinanza facile, con l’obiettivo non troppo velato di modificare il corpo elettorale per via legislativa. Una mossa che tuttavia potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol nel lungo periodo. L’elettorato legato al mondo tradizionale islamico, fortemente ancorato a valori conservatori, difficilmente si ritroverebbe nella società liquida e nei diritti civili promossi dalla sinistra.
La speranza per il Paese risiede nella ragionevolezza degli elettori e nella capacità di tenuta del governo, per evitare di consegnare le chiavi della nazione alle utopie massimaliste di Elly Schlein.
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